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Tim Burton e i fratelli Coen: fiabe, soldi sporchi, TV.

marzo 22, 2010

Strani compagni di letto: Edward Mani di Forbice e Fargo

Tim Burton, Fratelli Coen e consumismo. Certi accostamenti nascono dall’irriverenza: mescolano miseria e nobiltà, umiltà e fasti, evidenziano un sottofondo comune inaspettato, ma rivelatorio, che al momento non lo diresti, ma a  guardarti indietro è lì. Come Amanda Lear nei quadri di Salvador Dalì.

Un filo rosso connette due film diversissimi e acclamati, l’ironia sommessa e feroce di Fargo all’afflato romantico di Edward Mani di Forbice, annodato dall’allusione più o meno esplicita ai fenomeni di consumo: davanti alla meraviglia della Cappella Sistina, mi faccio rapire non dalla sindrome di Stendhal, ma dalla lista della spesa.

Edward Mani di Forbice e Fargo

La somiglianza comincia dalla più suggestiva ambientazione invernale, dove la neve copre come una coltre tutto, ovattando il fracasso della meschina quotidianità per aprire il racconto alla fiaba e alla tragicommedia. Meschina quotidianità: vale a dire “soldi” e “TV”.

Gli anni ’50, imperiosa Età dell’Oro del consumo e della nascita della TV, si proiettano dietro l’uno e l’altro film: quando la civiltà del compra compra fa il suo ingresso nella vita di tutti i giorni muta abitudini, modi di fare e sogni della popolazione americana. In Edward Mani di Forbice è il palcoscenico astratto e, nonostante tutto, affettuosamente ritratto, di un’infanzia sognata e morbidamente fiabesca; in Fargo, è un momento storicamente determinato alle spalle dell’infanzia reale di una generazione, segnata indelebilmente.

In tutti e due i casi, il fracasso degli elettrodomestici e le onde etere disturbano, più che aiutare, la comunicazione e la convivenza tra gli esseri umani.

Edward Mani di Forbice vive nell’alto castello “tetro e bello” dove il padre, Dr Frankenstein buono, l’ha messo insieme pezzo per pezzo, a partire dalle macchine incredibili del suo personale e dolcissimo biscottificio dark. Il maniero, in bianco e nero come i film della Hammer che hanno nutrito l’infanzia del cineasta, si erge verticale, svettante e magnifico sul piattume del paesino sottostante, pastelloso perché technicolorato (e più simile invece al futuro apparato industrial-saccarosio-delirante di Willy Wonka).

Edward Mani di Forbice: delicatezza, poesia e farfalline

Nel castello regnano le linee organiche, le curve di un’architettura barocca e fantasiosa e delle sculture, di ghiaccio o siepe viva, scolpite dal mostro fantasioso; invece, l’incontro di linee rette, perpendicolari, perfettamente razionali disegna la geografia terrena, meglio di quanto accadrebbe in un accampamento romano o in Flatlandia, nel segno della strada e dell’automobile.

Gli abitanti di questo mondo piccolo, sicuro, adorabile, ma scontato, a misura di diorama (come quello della soffitta magica di Beetlejuice), dai nomi monosillabici, nutrono aspirazioni in scala: dalla realizzazione di un’onesta, borghesissima, impresa commerciale, ad una religiosità puritana folle, ma piccina, ripiegata su altarini e immaginette pacchiane, a pruriginose fantasie sessuali da casalinga disperata, di per sé un po’ sgualcite.

I personaggi più dotati di  cuore e buona volontà scontano comunque il limite, che si fa pungentemente vivo all’incontro con la creatura straordinaria del castello: Peg/Dianne Wiest, rappresentante Avon, adotta Edward/Johnny Depp e cerca di aiutarlo con un po’ di trucco a nescondere i graffi sul volto malamente tagliuzzato (gli adolescenti, si sa, hanno certi imbarazzi con le mani, soprattutto se di forbice): un camuffamento cosmetico votato al fallimento, in cui c’è già tutta la storia dell’impossibile assimilazione alle necessità spicciole e quotidiane di un animo spaventosamente elevato e diverso.

Edward Mani di Forbice in un fotogramma che stilla di American Way of Life

La parabola di Edward Mani di Forbice si consuma rapidamente. Il viaggio dalla riluttante accettazione da parte della comunità alla fuga dalla medesima vede succedersi numerosi tentativi di mitigare la radicale diversità del personaggio, artista ed eterno bambino, a schemi di comprensione più modesti: l’apertura della casa di bellezza, una tentata liason sessuale, le apparizioni televisive e l’amore per la cheerleader Kim/Winona Ryder, al contempo l’impulso più nobile e più insidioso alla normalità.

La relazione è impossibile: Edward si ritira per sempre nel suo castello, e ai “normali” rimane un’ombra, un ricordo dolceamaro e il regalo di un sogno. Il gran rifiuto è quello opposto dal personaggio che non si arrende al mondo – ma anche del grande cinema alle dimensioni e logiche del piccolo schermo: può passare in replica sulle tv nazionali e commerciali, ma la sua grandezza brilla di un alone mitico che non si usura e può essere raccontato solo con i modi della fiaba.

Edward Mani di Forbice è un messia della diversità che viene a mancare nella fiaba noir dei Coen: Fargo mantiene disincantato lo sguardo. Una storiaccia nera raccontata in stile lieve, colto e letterario, colorito e bizzarro, dove la pretesa verità del racconto, del tutto inventato, riflette l’antropologia del folklore: è la realtà tangibile dei principi, degli eroi, del bene, del male e dell’insegnamento morale (annesso qualche oscuro risvolto di leggende metropolitane).

Il venditore di automobili Jerry/William H. Macy è il doppio cinico e senza qualità dell’incantevole Peg,integralmente prodotto dalla società dei consumi. Totalmente immerso nel linguaggio dorato e lusinghiero della compravendita non è più in grado di dire la verità, e intraprende la strada funesta del rapimento e riscatto confondendo la ricerca della felicità con la ricerca di denaro (come Muccino con Will Smith, ma questa è un’altra storia): dei suoi colleghi si dice “Vi fidereste di un uomo con una faccia così?”

William H. Macy - Jerry Lundegaard

Il dramma dell’incomunicabilità si gioca quando il contraccambio monetario si sostituisce a quello umano: le traiettorie dei dialoghi si spengono in soliloqui disperati, in orge spastiche con i panegirici casuali di Carl/Steve Buscemi e nei silenzi impenetrabili di Gaear/Peter Stormare.

Atarassica e spassionata quest’umanità divertente, varia e condannata non può che ricorrere alla violenza fisica come ultima, esplosiva risposta. Wade Gustafson/Harve Presnell è una figura paterna parallela e difforme da Vincent Price nel film di Burton: un bauscia a stelle e striscie che sostituisce, secondo buona tradizione western, la lingua di Colt alla propria. Solerte selfmade man, fedele all’etica d’impresa (legale o illegale, poca differenza), cerca di farsi giustizia da solo e fa una fine brutta, inutile e un po’ stupida, in un luogo isolato e miserabile.

Il denaro è lo sterco del diavolo e  mostri senza creatività, irredimibili, nascono dall’interno della civiltà più razionale ed economicamente avveduta. Pochi si salvano (e nel film gemello di 11 anni dopo, Non è un paese per vecchi, nemmeno quelli): quattro mura casalinghe fanno da estremo riparo alle brutture della vita a Marge Gunderson/Frances McDormand, la poliziotta che ha seguito la pista fino all’ultimo sanguinoso atto, e suo marito: dotati di semplicità nei modi e dell’impalpabile misura del buon senso, come una Sandra e un Raimondo Vianello a latitudine nord. Si tratta purtroppo di un equilibrio perennemente instabile, e il marito, pittore, annuncia alle fine del film, nella sicurezza del talamo, che l’immagine di un suo quadro verrà acquistata. Destinazione:  un francobollo, piccolo piccolo, del valore di affrancatura di 5 cent. Tutto ha un prezzo.

Che Fargo sia un Edward Mani di Forbice senza Edward è un paragone spintissimo, ai limiti della pornografia critica. Ma riallacciandomi al predente articolo mi mostra sotto una luce ancora nuova quanto di affascinante e terribile ci sia in visioni diverse e visioni che cambiano: Alice forse abiterebbe più volentieri a Fargo che Wonderland.

La neve cade. Aaaaammmeeeen!

McDormand - Marge

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Salvate il Vampiro Emo – Puntata 3

febbraio 2, 2010

Mutaforma. Il vampiro adolescente.

Nonostante alcuni vampiri cerchino di riconquistare la virilità perduta in veste  machissima, come nella riduzione del fumetto Blade, dove la componente notturna della creatura è valorizzata soprattutto dall’aspetto del camionista assonnato, oppure finiscano per farsi usurpare ruolo e credenziali iconografiche dallo zombie, mostro operaio, ma uomo-uomo, in Io sono Leggenda e 30 giorni di buio, il nosferatu fragile, svenevole e fanciullina prospera e diventa l’idolo di un pubblico di adolescenti  smarrite, ma sessualmente consapevoli: le ammiratrici di Twlight.

Il turbamento intenso e le metafore inquietanti su sesso e identità sono suggeriti, ma scongiurati: Bella, didascalica di nome e di fatto, entra nell’aula di biologia, Edward la vede, gli si allunga, imbarazzato, il canino, e mette il broncio… La metafora del durello giovanile in azione. Lei ha un segreto: tutti i vampiri sentono il suo odore, vitelloni estivi sull’asse Rimini-Gabicce che dell’annuso della passera fanno arte. Bella è stanca, e il vampiro rivela che al sole non brucia, ma sbrilluccia come il glitter; svelato il “terribile” segreto se la porta in groppa come un mulo, docile, fino in cima ad una collina. Bella sembra che ce l’abbia solo lei a scuola, ma è un po’ stupida, un po’ cretina, un po’ imbranata. Inciampa e piange, piange e inciampa, in barba a secoli di eroine suffragette e di critica femminista, ma tanto le basta. Lui è intimidito (ancora) da problemi fisici, lei vuole farlo, ma lui è costretto a ritirarsi: si guarderanno negli occhi tutta la notte, sarà bellissimo lo stesso.

In sintesi, la ragione del successo di Twilight, romanzi e film, risiede nell’essere un romanzo formativo quanto Piccole donne, che suggerisce il gusto del proibito, ma entro castissimi confini, e dove la conduzione del gioco è tutta al femminile. Non hai bisogno di essere né una bella fiola, né intelligente: per il maschio postmoderno, anche la donnina senza qualità è una bomba di intraprendenza e può vincere la bestia.

Sembrerebbe finita, dunque, per il vampiro. Esaurito dall’impiego incessante, parrebbe messo alla corda e costretto a lasciare lo scettro di re del brivido a più degni successori. Tuttavia, non tutti i traumi dell’adolescenza sono superabili facilmente, e il mostro ha campo libero in una fase della vita in cui la trasformazione del corpo e l’indeterminatezza del genere sessuale la fanno da padrone.

Lasciami Entrare è un bellissimo cult svedese del 2008 in cui la figura del vampiro recupera originalità e gran parte delle inquietudini che l’hanno sempre animato. A descrivere il plot si potrebbe avvertire una sensazione di deja-vu… Giovanissimi Romeo e Giulietta, Oskar lo sfortunato della scuola, tormentato dai bulli, ed Eli misteriosa studentessa appena trasferitasi, sviluppano un sentimento d’amore, profondo, sconvolgente e delicato allo stesso tempo, sfidando il mostruoso segreto nascosto da uno di loro. Ma la Svezia è un paese freddo, buio e inclemente, già sconvolto da una spaventosa e dilagante anomia delle persone e della periferia urbana, e gli esiti sono ben diversi rispetto alla saga della Meyer.

Ancora una volta uomini  deboli soccombono alla volontà di una ministra di crudeltà innocente, la bambina (?) eterna Eli, costretta all’omicidio per nutrirsi, comunque implacabile. Disturba l’età più che acerba dei protagonisti (11 anni), ma non si rinuncia alla densità dei sottintesi. Torna l’ambiguità feroce del vampiro-angelo assessuato, torna la violenza torbida di gelosia e possessività, e la relazione asimmetrica tra Eli ed Oskar, entrambi un po’ vittime, un po’ carnefici, si tinge di sadomaso quando “Dracula ama Renfield”.

C’è spazio per sperare. Avviato al recupero, auguro al principe della notte di riprendersi alla piena salute, per quanto il suo stato di morte possa permettergli. Ci sono tante altre chiavi di lettura per raccontare il vampiro, al di fuori di quella proposta tutta sesso e sangue, troppi film per raccontarli tutti, presenti, passati e futuri:  per presentarne sei ne ho toccati mille, per tacere delle pastiche manga e anime, o dell’invasione televisiva in atto, di cui un caso fortunato è la versione cafona senza compromessi di True Blood…  torneremo a esumare la salma!

Sgorbio Vampira Baciosa