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Alice nel Paese delle Meraviglie, Morte e Tragedia.

marzo 15, 2010

Tim Burton X Alice in Wonderland: la croce e la delizia.

Tra i miei registi preferiti, Tim Burton è diventato terribilmente problematico, e Alice torna dal Paese delle Meraviglie per dimostrarlo. Tim Burton: quanto gioiosamente funebre, quanto limpidamente mortifero, ieri, e quanto combattuto, dubbioso, traumatico, oggi: sconcerta un po’ sia me che gli altri fan di vecchia data, come l’amico di Eccinema, (qui… e qui, dove viene gentilmente offerto l’ottimo, delizioso Burton d’annata DOP di Vincent, il primo corto).

Non si tratta di un tradimento di vecchi valori, né di qualità o di ispirazione perduta, ma di un cambio di rotta tanto più doloroso perché naturale, come il Botticelli apocalittico e integrato da Savonarola, o il tardo e morente Peake: Tim Burton invecchia e il suo mondo fantastico assume tinte paradossalmente più fosche e opprimenti. Accade in Sweeney Todd: Depp e Bonham Carter sono mostri insolitamente senza redenzione e solo a fatica simpatia; accade in Alice.

La locandina di Alice in Wonderland

Alice in Wonderland è un film migliore del ruffiano Big Fish (dove Burton cerca sollievo all’ansia tramite l’approvazione della critica avvoltoia, cucendo una storia di realismo magico su misura di lutti familiari e grandi balle, gioigloriosamente acclamata), ma un naturale sbocco delle sue tematiche e (ho paura) l’addio definitivo allo spirito delle opere giovanili: basta guardare attentamente per raccogliere i frammenti di un immaginario in pezzi.

Anzitutto, il contesto: il Paese delle Meraviglie viene raramente chiamato così, solo dalla piccola Alice di un tempo, che lo visitava (forse in sogno, forse no) nell’unico momento della vita in cui c’è da star allegri. I suoi abitanti, al contrario, chiamano questa terra Sottomondo, vale a dire: l’Altro Mondo. Insomma, anche se pare che Tim Burton sia sedotto dalle sirene di major e blockbuster, in realtà sta parlando sempre di quel mondo suturnio e spettrale che gli sta a cuore.

C’è qualche eccezione: i morti non sono quelli neri come il carbone, ma giulivi, del seguito di Jack Skeleton, ma quelli bianchi ed elegiaci di Big Fish. I compatrioti Inglesi che, cercando di piegarla a rispettabili modi, tormentano la bizzarra Alice, istruita dal padre per essere una paladina di follia in una Nazione a rischio di crepare di noia, si distinguono per il pallore cadaverico. Nonostanze l’iniziale ripugnanza provata dalla protagonista per queste salme da té delle cinque, progressivamente viene condotta a più miti consigli e a traghettarla alla nuova condizione sarà la Regina Bianca (adorabile strega di Anne Hathaway), che per sua stessa ammissione si occupa di altro che “le cose vive” su cui regna la sorella.

Wonderland è un luogo tutto letterario e fine a se stesso: l’immaginario di Lewis Carrol vive di leggi proprie, che non sono quelle del bene e il male, ma l’enjambent, il portmanteau; assonanza, allitterazione e cacofonia. Vale a dire: un universo linguistico e non-sense, ben poco narrabile. Peggio ancora, è un universo satirico d’epoca: trapassati i protagonisti di critica e sberleffo, ciò che rimane della caricatura è, appunto, lettera morta, reliquia. Il Paese delle Meraviglie è un museo di immaginari che contiene tutto, ma da cui la vita si allontana: ci finiscono dentro i riferimenti letterari alti come quelli popolari, la Disney con i suoi castelli posticci (l’amata/odiata casa di produzione con cui si apre e forse si chiude il cammino di Burton) come la cinematografia stessa del regista – in quell’albero rinsecchito che fa da ingresso a Wonderland sembra di vedere lo spettrale simbolo di Sleepy Hollow. Senza contare che, durante tutta la proiezione, ci si chiede chi o che cosa sia la vera Alice: quella storica, che ispirò Carroll, quella dei poemetti in rima, quella dei cartoni animati…

Alice Disneyana

Poi, la protagonista: Alice è un’antieroina. Sensuale come poche, da una parte, perché tra gigantismi e nanismi diventa di tutto un po’, dalla donna fatta alla bambina con i vestiti troppo larghi, dalla lolita gotica a piedi nudi alla vergine indomita, armata di tutto punto accontenta ogni feticismo; d’altra parte è una fanciulla distante, asessuata, immersa in uno stato di stuporoso disinteresse.

Appena giunta nel nuovo mondo, fuggita da quello reale, gli viene assegnato un destino scritto dall’inizio alla fine, per giunta semplice a descriversi: “Uccidi il Ciciarampa (altrimenti noto come Jabberwock) e libera la contrada dalla Regina Rossa“. Eppure lei vive con disinteresse la maggior parte dell’avventura, convinta della sua natura illusoria, quindi vana, quindi inutile. Oppure contesta che a lei proprio non va di uccidere il mostro: ha il diritto di vivere, poveretto.

Alice è una lunatica, una disadattata il cui viaggio esistenziale la porta a riconoscere fantasia da realtà, ad esercitare il controllo sulle creature dell’inconscio e a prendersi le responsabilità di donna adulta, con un pizzico di femminismo; se all’inizio il mondo si presenta ingovernabile e poco comprensabile anche allo spettatore, con il suo tasso di bizzarria eccessivo, i personaggi che si affastellano, le digressioni prolisse, mano a mano il caos si scioglie nell’ordine dettato da una storia più convenzionale (la caccia al drago), segnato dalla sconfitta prima del Jabberwock (doppiato da Christopher Lee, altro feticcio del regista) poi della Regina Rossa, l’irrazionale matrona di questo mondo folle, che ha un capoccione così perché ha (od è) come un cancro al cervello, e, infine, dal ritorno a casa.

L'illustrazione classica del Jabberwock di Carroll dalla mano di John Tenniel

Non tutto è rose e fiori, però. Pinocchio di Collodi, diventato bambino in carne ed ossa, guarda indietro al vecchio legnoso se stesso e commenta, da vero stronzo: “Com’ero buffo”. Alice, spirito affine, già omicida (o draghicida), dopo essersi tolta i sassolini dalle scarpe con gli scocciatori vittoriani che la circondano e la vorrebbero maritata, avvia una profittevole impresa rivolgendo la creatività a più utili e mondani scopi: aprire l’Inghilterra ai mercati della Cina e diventare un’emancipata funzionaria della Compagnia delle Indie. Ce n’è abbastanza per rabbrividire.

E Johnny Depp? Ancor più che il Jabberwock/Cristopher Lee, è lui la vittima eccellente della gelida, rinnovata ed efficiente Alice. In veste di Edward Mani di Forbice se ne sbatteva dei normali, e rimaneva nella sua Torre d’Avorio un po’ morto e un po’ eterno adolescente, versione goth di Peter Pan; nei panni del Cappellaio Matto continua ad affermare il primato sugli affanni quotidiani della lucida follia senza età (lucida perché il Cappellaio “ci fa”, non “ci è”, guerrigliero della stramberia), e questa Alice socialmente impegnata, votata all’età adulta, all’integrazione e all’intelligenza pratica (geniale marketing girl!) non può convivere con la gratuità della fantasia; così gli dice addio, e si imbarca su una nave che sa tanto di zattera di Caronte.

Alice racconta di un rapporto con la fantasia che è diventato ambiguo e sofferto, meno naturale di un tempo, e la cosa risulta tanto più manifesta in un regista notoriamente sensibile, apparentemente abituato a usare il  cinema come terapia (senza addentrarci nella natura più di pettegolezzo che psicanalitica delle vicissitudini personali). Sarebbe un po’ ingiusto imputargli colpe per un discorso in ogni caso sincero o classificare il cambiamento in atto come un “segno di stanca”. Però rimane un fenomeno pauroso, e apprezzo, ma non approvo. Rimango fedele alla linea antica dell’opposizione: la diversità infantile come atto di pacifico terrorismo contro la banalità del reale. Alle armi – pardon – alle forbici!

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