Archive for the ‘TV’ Category

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Pillole: Attenti a quei due!

aprile 16, 2010

Sulla colonna sonora di Sherlock Holmes ho già speso tante parole (troppe, come al solito). Ma ci ritorno con la tenacia del martello sull’incudine dopo che l’ascolto della sigla di Attenti a quei due (si può ascolare e vedere qui) ha acceso un lumicino vittoriano nei remoti anditi della corteccia cerebrale.

The Persuaders!, serie cult britannica degli anni ’70 con Tony Curtis e Roger Moore, ha più di una somiglianza con il film di Guy Ritchie, dal tema musicale alla dinamica di coppia Holmes-Watson: sembra improbabile che tanto il regista quanto Zimmer lo ignorassero.

Giusto per dire quanto profonde e quanto piacevolmente sorprendenti possano essere le genealogie nell’intrattenimento popolare.

Attenti a Quei Due

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Il Big Bang dei geek

febbraio 27, 2010

Smart is the new cool!

Geek alla moda spopolano. Big Bang Theory, sitcom: nerd geniali incontrano coinquilina ben dotata sul pianerottolo di fronte. Seguono equivoci e successo straripante. Fanboys, film: amici appassionati di Star Wars rubano prima della proiezione originale l’Episodio 1, dopo robambolesca odissa anti-Trek. Segue successo cult. Genshiken, anime: gruppo studentesco otaku accoglie giovanotta rampante tra le sue file, tra cosplay, erogames e altre tenere, quotidiane depravazioni. Segue successo dork-o-filo. Heroes, telefilm: disadattato giapponese salva la cheerleader e salva il mondo. Segue successo planetario. Keroro, anime: ranocchia gunpla-maniaca dallo spazio invade pianeta e mura domestiche di tranquilla famiglia giapponese. Segue successo cosmico. Etc…

Il geek emerge dal suo loculo e reclamare il posto al sole, fuori dalle convention. Almeno, un posto che gli permetta di preservare tranquillità e abitudini senza troppe ansie. Che cosa ha permesso alla bestia di liberarsi e lo straordinario outing di una specie un tempo repressa? Perché “Geek è il nuovo cool”? Ecco i quattro pilastri della rivincita dei nerd…

Big Bang Theory Logo

  • La legge del topo.

Nella letteratura per l’infanzia ci sono personaggi che somigliano molto al geek: per sfortuna, non il principe azzurro, ma gli animaletti, topolini, scoiattolini, paperini inoffensivi che la popolano in disneyana profusione… La bestiola condivide con il fanciullino vulnerabilità, timidezza, dipendenza dagli altri e desiderio d’affetto, e favorisce l’identificazione. Il geek, praticamente innocuo, pure. Bill Prad, produttore esecutivo e co-sceneggiatore di TBBT rivela in una gustosa intervista come il pilot originale della serie venne bocciato dopo i primi screening: la protagonista femminile era tratteggiata in modo molto più aggressivo della paziente e dolce Penny, e l’audience protestava per il maltrattamento dei “nice guys”. Aggiunge: è facile provare simpatia per i protagonisti, perché chiunque nella vita si è sentito almeno una volta intimidito dalla società e dalle sue pressioni.

Il geek è la personificazione del disagio. Cumuli di talenti e fantasia non lo aiutano ad affrontare la vita, nemmeno da adulto; ansie e fragilità di un mondo ultracompetitivo si verificano in lui prima e con più evidenza – vedi alla voce hikikomori. “The Geek Experiment”.


  • Il teorema del globetrotter.

Beauty and the Geek è un format, si teme, intraducibile in Italia. Alla prova dei fatti, la Pupa e il Secchione ha una prestazione in termini di ascolti più che decorosa, e a quanto pare si avvicina una nuova edizione. L’Italia mainstream sembra perplessa sull’esistenza, o redditività, del geek, ma si tratta di una tipologia umana con forte vocazione internazionale: non definita dalle caratteristiche demografiche, ma dai consumi.

Consumi celebrati con un livello inquietante di passione: il geek ci investe sopra gran parte della sua identità e, dato che i fenomeni di consumo sono globalizzati, parla una sorta di esperanto disfunzionale – ma divertito e veicolato dai media – con arguzia e competenza. Il caso emblematico: nel telefilm JAGS, non proprio geek, Bud (spalla “leggera” amata dal pubblico) riesce a vincere le resistenze di un terrorista talebano spingendolo a conversare amabilmente di Star Trek. “Do you speak geek?”


  • L’assioma dell’Idiota sapiente.

“Nessuno fa mai l’handicappato completo” è il principio nudo, crudo e vero di scrittura per lo spettacolo celebrato da Tropic Thunder: il geek è a suo modo un vincente. Non nel senso di guadagnarsi posizioni di pubblico successo: quella rimane l’eccezione e Bill Gates risulta l’anomalia – indesiderata – della razza. Ambire all’accettazione sociale è un sentimento estraneo al vero orgoglio geek, che si esaurisce in se stesso. Il geek, tuttavia, anche ai più umili livelli della catena produzione-consumo, sa sempre come muoversi: nell’industria dello spettacolo attuale, seriale e multipiattaforma, dove le narrazioni (create da altri geek) hanno dovuto farsi più complesse, coinvolgenti, raffinate e involute, è la figura che ne capisce di più e che “ci è arrivata per prima”. In sostanza, se è il prototipo di ansie e nevrosi da una parte, è anche il Guru dei consumi di oggi. Dicono “cult”, ma serie come Lost sono pienamente “geek”, fatta salva la differenza che nessuno si sente più un avanzo di fumetteria a guardarsela in TV. “Geek and chic”.


  • Il postulato del cantastorie.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, la generazione di registi nata col Baby Boom avviava una nuova stagione del cinema a colpi di Guerre Stellari e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Lucas, Spielberg, Burton: nessuno si sarebbe probabilmente sognato di chiamarli geek – non esisteva la chiarezza sociologica del fenomeno – ma corrispondevano già al tipo (e qualcuno si faceva beffe fino all’ultimo di spade laser e caschi neri). Questi individui passavano il tempo a vedersi film, chiusi in casa, anziché farsi le vasche in centro con automobile e donna a carico come i “cool boys” di American Graffiti. Una generazione dopo, grazie anche ad una dieta mediale amplificata alla bulimia, chi è cresciuto con i film (telefilm, fumetti) rimasticati da questi illustri predecessori è un cultore di secondo grado, ovvero un geek. Tra questi, dai e dai alcuni hanno imparato bene la lezione, e da consumatori sono passati dall’altra parte della barricata: ora le storie che fanno sognare le scrivono e producono (senza poi esser troppo schizzinosi sulla destinazione, comics o TV o grande schermo), sono loro a servire in tavola, con ingredienti scelti personalmente. Come ogni buon narratore, disseminano il proprio racconto, senza ruffianeria né ingenuità, di qualcosa di caro, che è finalmente possibile raccontare: “Being geek”.

Ergo: tutti siamo un po’ geek; ne consegue: ama il geek. O’ tu lettore, o lettrice: “Uno di noi, sei uno di noi, uno di noi, sei uno di noi”…

Edit 14/03/2010: Kumagoro in questo post del suo blog affronta molto meglio del sottoscritto questioni parzialmente sovrapposte, parzialmente complementari (e parzialmente scremate) di quanto sostengo qui parlando di The Big Bang Theory. Vivamente consigliato!

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Dead Set: la TV dei morti viventi

febbraio 12, 2010

Non-Morti in diretta

Lo zombie non si compromette. Lo zombie è integro, a dispetto dell’avanzato stato di putrefazione. Altri mostri gotici vivacchiano la gioventù della terza età con novelle passioni romantiche (come gli ottuagenari appostati davanti ai licei): il vampiro dandy, familista e morale, il licantropo, prigioniero di un altro deleterio stereotipo, il machismo lustro clonato da Wolverine-Hugh Jackman (per giunta Ghiottone, non già Lupo). Lo zombie, salma decomposta e rivoltante, corpo sfatto e goffo, orripilante o sorprendentemente comico, non piace a nessuno tranne ai nerd e continua a deliziare i suoi fan con quello che sa fare meglio: spettacoli nerissimi, da Romero a Rec, o commedie insolite, scollacciate, ultraviolente. Mantiene intatta la totale e compiaciuta assenza di fascino sbarcando su ogni medium, compresa la confortevole TV, nello straordinario exploit di Dead Set, trasmesso sul canale inglese E4. Lo spunto della serie è di una semplicità disarmante: il morbo si diffonde, i morti mangiano i vivi… e nella Casa del Grande Fratello i suoi abitanti e i pochi sopravvissuti della produzione sono l’ultimo baluardo di una resistenza disperata.


Sono molti i pregi che rendono la miniserie innovativa e appetitosa (quanto un cervello fresssscooo): schizza, pardon, salta all’occhio anzitutto la pressione esercitata sui canoni del visibile, cioè su quanto sia possibile mostrare sul piccolo schermo, pay o meno che sia. Il gore è esplicito, le frattaglie si sprecano, il make-up convincente e disgustoso. L’armamentario dei capisaldi del genere è recuperato in pieno, senza concessioni: l’invenzione non è solo cosmetica, ma viene usata come arma che morde, lacera e distrugge. Sulla scena si presentano in cameo più o meno importanti vecchi e nuovi partecipanti del reality show originale. L’ospite-vittima più illustre è Davina, la conduttrice del programma UK: il corpo, il volto della Marcuzzi d’oltremanica sono dissacrati dalla sua trasformazione mostruosa, uno sberleffo blasfemo all’immagine idealmente intatta del divo televisivo. Delitto eccellente, è il frutto di una satira cloridrica che è il secondo e più importante recupero da Romero, citato nella lettera e nello spirito: nel pieno dell’assedio, Joplin, un partecipante al gioco, ipotizza che gli zombie convergano alla Casa del Grande Fratello perché obbediscono ad un primordiale istinto – “è come un tempio per loro” – allo stesso modo con cui in Zombi gli sconvolti assediati si spiegavano l’ammassarsi delle creature attorno al centro commerciale.

Le TV rimangono accese e funzionali per tutta la durata dell’invasione. Proiettata sul consumo televisivo la metafora è potenzialmente banale: Il pubblico è fatto di zombie”, “Turn on the TV, turn off the Brain”. Tuttavia l’assunto viene sviscerato in ogni suo aspetto, con riguardo di sfumature e psicologie, e consapevolezza del mezzo. La prima puntata della miniserie non scaraventa subito lo spettatore nel mondo alternativo dell’horror, ma si apre invece con lentezza, prendendosi tempo prima di introdurre la componente fantastica (bisogna attendere la prima “eliminazione” per questo, mentre le avvisaglie dell’invasione sono relegate alla seconda pagina dei TG): inizialmente si cela, imitando stili, tic, idiosincrasie sia dei personaggi che della rappresentazione televisiva – orrore quotidiano. Gradualmente, l’occhio del Grande Fratello si fa più penetrante, e un piano sequenza rivelatore conduce oltre la superficie delle cose, dietro le quinte; il GF viene esposto nelle sue logiche di base in modo sobrio e cinico: l’intervento di studio sui materiali da mandare in onda, la selezione dei battibecchi gustosi da mandare in onda, il montaggio, le censure, la creazione del racconto della clip giornaliera con qualcosa di vero e qualcosa di finto. Si tratta di una critica profonda, che supera il corrispettivo italiano di un Mai dire Grande Fratello: lì, la berlina dei partecipanti al gioco, tutta integrata nel sistema, qui la riflessione sul sistema stesso, sull’apparato di produzione, sul cervello della creatura.

Dead Set Logo

La satira, cattiva e terribilmente divertente, non risparmia nessuno, a partire dallo spettatore convinto del suo controllo sul consumo televisivo. Nell’ipotetica Casa del Grande Fratello di Dead Set, Joplin è il personaggio che avanza le più grevi e snobistiche pretese: si professa colto, osservatore consapevole e conoscitore del funzionamento del piccolo schermo – è entrato nella Casa “per cambiare la TV dall’interno”. Joplin in realtà è il più psicologicamente vulnerabile del gruppo: il bagaglio di esperienze vantate è proprio quello impalpabile e mediato della TV; inquilini e pubblico del GF lo odiano, e gli affibbiano il dispregiativo soprannome Gollum; è manipolabile, improvvido, spesso le sue intuizioni conducono sulla cattiva strada e, soprattutto, è un voyeur: detto altrimenti, un teledipendente.

La questione cruciale di una storia zombesca è la sopravvivenza: alcuni personaggi sono dotati delle competenze che li possono aiutare, e con l’adeguata organizzazione la minaccia non sarebbe insormontabile: ma una fragilità interna, un dissidio, compromette la comunità, e le cose precipitano. Apparentemente, i protagonisti di Dead Set avrebbero vita facile. All’uccisione di uno zombie incapace di uscire dalla piscina della Casa, poco profonda, segue il commento fiducioso: “Sono stupidi, vero? Vinceremo noi. Perché siamo più intelligenti”. La debolezza fatidica dei protagonisti di Dead Set consiste nell’essere personaggi televisivi, integrati in un meccanismo che presume il “mostrarsi”, più che il “fare”, di essere spettacolo più che agire.

Gli inquilini della Casa sono infantili e impotenti: abituati all’ossequio complice e alla dipendenza pressoché assoluta dalla regia del Grande Fratello, resistono all’idea di non essere più sotto il controllo della TV madre e matrona; quando la protagonista, Kelly, impiegata della produzione, viola il Sancta Sanctorum della Casa per trovare scampo dagli zombie, pensano dapprima che l’irruzione sia una sorpresa dello show, e si arrendono alla realtà solo al primo attacco – amore al primo morso! Kelly stessa è una vittima, in forma differente, della TV: divorata dal lavoro, trascura il fidanzato, onesto e innamorato, flirta con il fascinoso dongiovanni dello studio, sopporta grigie e opprimenti mansioni.

Nel corso del tempo, la maggior parte dei protagonisti, svincolatisi progressivamente dall’onnisciente GF, diventano in grado di tirar fuori risorse inaspettate, e soprattutto le donne di Dead Set smettono i panni delle ochette svenevoli per rivelarsi killer incallite e leader carismatiche. Rimane tuttavia un fatale ostacolo: un reality show alimenta e nutre meschinità, tradimento e paranoia: lo spettacolo ne guadagna, ma all’incombere della crisi non sono le qualità umane più desiderabili. A smuovere i meno pietosi istinti dei protagonisti è la lucida e aberrante real-politik del produttore Patrick, figura di una vitalità infernale e orchesca, machiavellico, unico a mantenere costantemente il sangue freddo, pronto a qualsiasi cosa per sopravvivere, volgare, straripante e spesso dotato di luciferina simpatia. Dopo una lunga fuga (dalla Davina-zombie) converge sulla Casa, e lì sostiene decisioni dure, indispensabili, razionali, ma nefaste; incarnazione viva della volontà del programma, quasi più forza della natura che umano, falso profeta ed emissario celeste, voce del Grande Fratello, riafferma le logiche di efficienza che sono proprie della TV commerciale fino agli esiti estremi. Ci riesce bene: conosce i partecipanti del gioco con acume e profondità, e li disprezza con altrettanto vigore. Pure, è il personaggio che si fa carico delle sue decisioni fino alla fine, nel bene e nel male, irrispettoso artefice delle proprie fortune, al punto di augurare agli zombie di strozzarcisi!, con le sue interiora: una versione estrema del “feeding” mediatico.

La parabola della Casa del Grande Fratello in Dead Set, da tempio di eletti, a bunker, a trappola per topi è efficace perché punta un dito rachitico e storto contro un sistema, ma lontano da facili ipocrisie, lo descrive semplicemente come il meccanismo che, assecondandole, amplifica preesistenti e democraticissime convinzioni del quotidiano: “Stiamo a vedere come va” e “Qualcuno si merita di essere eliminato”.

L’analisi, matura, arriva non a caso dal Paese pioniere della TV europea, e la più che mai perfida Albione è al centro di un rinascimento delle belle arti televisive, con numerose serie “cultissime”, l’export cospicuo di talenti verso le produzioni USA e Londra teatro di raffinate apocalissi: una tradizione venerabile la vede all’altezza di New York e Tokyo, affondando le sue radici almeno ad H.G. Welles; gli zombie spesso sono sotto i riflettori del disastro grazie a 28 giorni dopo e soprattutto Shaun of the Dead: i morti adorano camminare, o ciondolare, sbronzi dopo l’uscita al pub, per le vie della city. Sembra solo appropriato che da lì venga trasmessa la Non-Morte in diretta.