Archive for the ‘Recensione’ Category

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Il Drago del Lago di Fuoco: il mostro, lo stregone e il compagno Disney

aprile 14, 2010

Mostri e Disney: poco ET, molto gore!

Esistono film che la Disney non si accorge di quel che sta producendo. Capita a  lungometraggi di animazione, come Le follie dell’Imperatore e Lilo e Stitch, teoricamente nati di rimessa durante il boom digitale, capita ai Pirati dei Caraibi, baraccone estivo dedicato alla giostra di Disneyland divenutto saga fantasy longeva e discretamente  originale, capita in un passato molto remoto, diciamo a cavallo tra il tramonto degli anni ’70 e l’alba di Star Wars, con  Tron e Il Drago del Lago di Fuoco. Molto spesso la Disney fa meglio quando non si accorge.

Vermithrax il Drago del Lago di Fuoco

Il più noto attributo del Drago in azione: la fiatella.

Mentre le sale sono infuocate dal quasi disneyano Dragon Trainer dedico un bell’amarcord scaglioso a quest’ultimo, coproduzione con la Paramount che all’epoca fu un flop abbastanza clamoroso, ma si guadagnò in seguito lo status di film culto. Tra i vari aspetti di merito: gli effetti speciali animatronici, a lungo insuperati, e l’oscurità, realismo e crudezza che investono trama e messinscena.

Si parla di una caccia al drago classica che più classica non si può (nessuna collusione con il mostro), ché perfino San Giorgio avrebbe esclamato: “Questa la so già”. Galen, giovane apprendista mago di non belle speranze, si deve cimentare contro un esemplare piuttosto agguerrito della razza sputa fuoco, Vermithrax Pejorative, che tormenta il regno di Urland in un non meglio precisato alto medioevo mitteleuropeo. La creatura, assai avveduta, esige un cospicuo tributo stagionale di vergini, che nemmeno il più accanito bagnino romagnolo sarebbe capace di eguagliare.

Le cose si fanno presto più interessanti di quanto sembri a una superficiale riassunto. Cacciatore e preda sono sull’orlo della disoccupazione, radicale e definitiva: il tempo dei sortilegi e dei portenti sta per finire, di fronte all’avanzare di nuove forze. Se l’apprendista si aggrappa a quelle poche inutili nozioni apprese come studente neolaureato di scienze delle comunicaz… stregoneria, il mostro non se la cava meglio: Vermithrax è un sopravvissuto, un fossile vivente. Un drago un po’ scassato: i suoi dipartiti compagni di volate, tutti estinti, si libravano alti nell’aria su ali maestose, lui si trascina sotto una montagna con aria un po’ patita, nutrito da un patto, vantaggioso, sì, ma paurosamente simile ad un pensionamento. Il conflitto vede fronteggiarsi le due potenze ataviche del Drago e dell’Ammazzadraghi, ma entrambe sono impotenti davanti ad una realtà mutata che irrompe, al guazzabuglio medievale: tempi moderni!

Femminismo! Durante le sue peripezie, Galen cede alle grazie di Valerian (esibite in una scena allo stagno “vedo nudo” un po’ birichina), una bella fanciulla che ha passato la maggior parte della vita vestita da uomo: uno stratagemma attuato per sfuggire alla cinica lotteria che estrae (in teoria) a sorte la fortunata che deve far da pasto al Drago.  Pur in vesti umili da contadina, priva di armatura scintillante, è animata dai virili, eroici istinti appartenuti alla lunga stirpe fantastica di donne guerriere: a differenza dei trepidi e codardi valligiani, ha abbracciato le ideali e migliori qualità attribuite al masculo sesso (coraggio, decisione, pragmatismo). Basterebbe questo a far parlare (bene) a tutte le suffragette (e Zapateri) del circondario sul sovvertimento dei ruoli canonici tra principi e principesse.

Politica & Scandali! La minaccia primitiva del Drago impallidisce di fronte ad un più spaventoso Leviatano (di Hobbes): il meccanismo che il regno ha imbastito attorno all’esistenza del mostro. La lotteria di selezione (ed eliminazione) delle vittime, in sé democraticissima, produce una pace sociale mostruosa. Vien comodo al re lo spauracchio piroclastico: per tenere a freno le masse contadine ignoranti, affamate e sempre sull’orlo della rivolta, con buona pace di terrorismi bianchi e neri in cavallereschi tempi.

Una classe dominante corrotta a dire poco, personificata dal re Cassiodorus, ha pensato a tutto, compresi magheggi alle urne per evitare che il sacrificio tocchi alla principessa ereditaria: quando lo scandalo, tuttavia, emerge (la regale fanciulla è buona pasta, e non le va di scamparla a discapito della prole villica) non è il padre a pagare, ma lei stessa. Il film rievoca la tragedia di Agamennone e Ifigenia, con quest’ultima che si ritrova le estremità, mangiucchiate da orribili draghetti – Vermithrax, si scopre, è una ragazza madre, che lotta come può per arrabattarsi con famiglia e figli. “Chi è il mostro, ora, chi è il mostro?” chiede, con la bocca piena di piedi.

Vermithrax in volo

La caccia al drago si compie infine con l’annunciata dipartita della bestia, ma lasciando lunghe ombre dietro di sé: da una parte, gli sforzi del protagonista stesso si rivelano vani, dato che a reclamare la testa del mostro è il mentore Ulrich, dato per morto all’inizio della pellicola, miracolosamente risorto in pieno stile Gandalf e sacrificatosi come primo caso di Mago-Bomba della storia per assicurare il drago a miglior vita.

Dall’altra, mentre maghi e apprendisti lottano con il drago alla vecchia maniera, il contado avvicina nuove soluzioni: la conversione al cristianesimo promette una rinnovata unità e forza, ma c’è poco di religioso nell’abbandono dei costumi pagani. Dopotutto, Jacopus, il predicatore errante responsabile dell’evangelizzazione, affrontando vis-a-vis la diabolica creatura, armato solo di bastone e fede, fa la fine dello zolfanello.

La realtà dei nuovi assetti emerge nella scena finale del film, quando Cassiodorus, giunto sul luogo dell’abbattimento del drago, imbastisce una regale messinscena per attribuirsi il merito dell’impresa – come uso dei sovrani di tutte le epoche: il popolo lo fronteggia compatto, osservando dalla sommità di una collina lì vicino. Attraverso una fuga spaziotemporale vertiginosa, il legame in seno alla Chiesa prefigura quello ben più laico dei compagni nel nome del socialismo reale. Questo Terzo Stato d’anticipo avrà i suoi mezzi per opporsi alla forza della tirannide – anche se si può discutere ampiamente dell’ottimismo del quadro. Ai protagonisti, giovane mago e Bradamante, relitti del mondo della fiaba, non resta che defilarsi discretamente e lasciare altri ad affrontare, dopo aristocratiche lotte di draghi e cavalieri, la lotta operaia

Dragonslayer rimane, nel panorama affollato di sword & sorcery facilona del cinema attuale, un film dotato di un fattore di estrema originalità: l’impronta sinistra (in tutti i sensi) del conflitto, frequentata occasionalmente dalla heroic fantasy letteraria, che ha i suoi bravi campioni di marxismo militante, meno su pellicola. Siamo più vicini forse all’horror, più legato ai plumbei anni ’70 che ai gioiosi e poco militanti anni ’80…

Bei baffetti zio Walt!

Malefica, il Drago

Malefica/Drago VS la Bella Addormentata. Nonna Pejorative?

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Alice nel Paese delle Meraviglie, Morte e Tragedia.

marzo 15, 2010

Tim Burton X Alice in Wonderland: la croce e la delizia.

Tra i miei registi preferiti, Tim Burton è diventato terribilmente problematico, e Alice torna dal Paese delle Meraviglie per dimostrarlo. Tim Burton: quanto gioiosamente funebre, quanto limpidamente mortifero, ieri, e quanto combattuto, dubbioso, traumatico, oggi: sconcerta un po’ sia me che gli altri fan di vecchia data, come l’amico di Eccinema, (qui… e qui, dove viene gentilmente offerto l’ottimo, delizioso Burton d’annata DOP di Vincent, il primo corto).

Non si tratta di un tradimento di vecchi valori, né di qualità o di ispirazione perduta, ma di un cambio di rotta tanto più doloroso perché naturale, come il Botticelli apocalittico e integrato da Savonarola, o il tardo e morente Peake: Tim Burton invecchia e il suo mondo fantastico assume tinte paradossalmente più fosche e opprimenti. Accade in Sweeney Todd: Depp e Bonham Carter sono mostri insolitamente senza redenzione e solo a fatica simpatia; accade in Alice.

La locandina di Alice in Wonderland

Alice in Wonderland è un film migliore del ruffiano Big Fish (dove Burton cerca sollievo all’ansia tramite l’approvazione della critica avvoltoia, cucendo una storia di realismo magico su misura di lutti familiari e grandi balle, gioigloriosamente acclamata), ma un naturale sbocco delle sue tematiche e (ho paura) l’addio definitivo allo spirito delle opere giovanili: basta guardare attentamente per raccogliere i frammenti di un immaginario in pezzi.

Anzitutto, il contesto: il Paese delle Meraviglie viene raramente chiamato così, solo dalla piccola Alice di un tempo, che lo visitava (forse in sogno, forse no) nell’unico momento della vita in cui c’è da star allegri. I suoi abitanti, al contrario, chiamano questa terra Sottomondo, vale a dire: l’Altro Mondo. Insomma, anche se pare che Tim Burton sia sedotto dalle sirene di major e blockbuster, in realtà sta parlando sempre di quel mondo suturnio e spettrale che gli sta a cuore.

C’è qualche eccezione: i morti non sono quelli neri come il carbone, ma giulivi, del seguito di Jack Skeleton, ma quelli bianchi ed elegiaci di Big Fish. I compatrioti Inglesi che, cercando di piegarla a rispettabili modi, tormentano la bizzarra Alice, istruita dal padre per essere una paladina di follia in una Nazione a rischio di crepare di noia, si distinguono per il pallore cadaverico. Nonostanze l’iniziale ripugnanza provata dalla protagonista per queste salme da té delle cinque, progressivamente viene condotta a più miti consigli e a traghettarla alla nuova condizione sarà la Regina Bianca (adorabile strega di Anne Hathaway), che per sua stessa ammissione si occupa di altro che “le cose vive” su cui regna la sorella.

Wonderland è un luogo tutto letterario e fine a se stesso: l’immaginario di Lewis Carrol vive di leggi proprie, che non sono quelle del bene e il male, ma l’enjambent, il portmanteau; assonanza, allitterazione e cacofonia. Vale a dire: un universo linguistico e non-sense, ben poco narrabile. Peggio ancora, è un universo satirico d’epoca: trapassati i protagonisti di critica e sberleffo, ciò che rimane della caricatura è, appunto, lettera morta, reliquia. Il Paese delle Meraviglie è un museo di immaginari che contiene tutto, ma da cui la vita si allontana: ci finiscono dentro i riferimenti letterari alti come quelli popolari, la Disney con i suoi castelli posticci (l’amata/odiata casa di produzione con cui si apre e forse si chiude il cammino di Burton) come la cinematografia stessa del regista – in quell’albero rinsecchito che fa da ingresso a Wonderland sembra di vedere lo spettrale simbolo di Sleepy Hollow. Senza contare che, durante tutta la proiezione, ci si chiede chi o che cosa sia la vera Alice: quella storica, che ispirò Carroll, quella dei poemetti in rima, quella dei cartoni animati…

Alice Disneyana

Poi, la protagonista: Alice è un’antieroina. Sensuale come poche, da una parte, perché tra gigantismi e nanismi diventa di tutto un po’, dalla donna fatta alla bambina con i vestiti troppo larghi, dalla lolita gotica a piedi nudi alla vergine indomita, armata di tutto punto accontenta ogni feticismo; d’altra parte è una fanciulla distante, asessuata, immersa in uno stato di stuporoso disinteresse.

Appena giunta nel nuovo mondo, fuggita da quello reale, gli viene assegnato un destino scritto dall’inizio alla fine, per giunta semplice a descriversi: “Uccidi il Ciciarampa (altrimenti noto come Jabberwock) e libera la contrada dalla Regina Rossa“. Eppure lei vive con disinteresse la maggior parte dell’avventura, convinta della sua natura illusoria, quindi vana, quindi inutile. Oppure contesta che a lei proprio non va di uccidere il mostro: ha il diritto di vivere, poveretto.

Alice è una lunatica, una disadattata il cui viaggio esistenziale la porta a riconoscere fantasia da realtà, ad esercitare il controllo sulle creature dell’inconscio e a prendersi le responsabilità di donna adulta, con un pizzico di femminismo; se all’inizio il mondo si presenta ingovernabile e poco comprensabile anche allo spettatore, con il suo tasso di bizzarria eccessivo, i personaggi che si affastellano, le digressioni prolisse, mano a mano il caos si scioglie nell’ordine dettato da una storia più convenzionale (la caccia al drago), segnato dalla sconfitta prima del Jabberwock (doppiato da Christopher Lee, altro feticcio del regista) poi della Regina Rossa, l’irrazionale matrona di questo mondo folle, che ha un capoccione così perché ha (od è) come un cancro al cervello, e, infine, dal ritorno a casa.

L'illustrazione classica del Jabberwock di Carroll dalla mano di John Tenniel

Non tutto è rose e fiori, però. Pinocchio di Collodi, diventato bambino in carne ed ossa, guarda indietro al vecchio legnoso se stesso e commenta, da vero stronzo: “Com’ero buffo”. Alice, spirito affine, già omicida (o draghicida), dopo essersi tolta i sassolini dalle scarpe con gli scocciatori vittoriani che la circondano e la vorrebbero maritata, avvia una profittevole impresa rivolgendo la creatività a più utili e mondani scopi: aprire l’Inghilterra ai mercati della Cina e diventare un’emancipata funzionaria della Compagnia delle Indie. Ce n’è abbastanza per rabbrividire.

E Johnny Depp? Ancor più che il Jabberwock/Cristopher Lee, è lui la vittima eccellente della gelida, rinnovata ed efficiente Alice. In veste di Edward Mani di Forbice se ne sbatteva dei normali, e rimaneva nella sua Torre d’Avorio un po’ morto e un po’ eterno adolescente, versione goth di Peter Pan; nei panni del Cappellaio Matto continua ad affermare il primato sugli affanni quotidiani della lucida follia senza età (lucida perché il Cappellaio “ci fa”, non “ci è”, guerrigliero della stramberia), e questa Alice socialmente impegnata, votata all’età adulta, all’integrazione e all’intelligenza pratica (geniale marketing girl!) non può convivere con la gratuità della fantasia; così gli dice addio, e si imbarca su una nave che sa tanto di zattera di Caronte.

Alice racconta di un rapporto con la fantasia che è diventato ambiguo e sofferto, meno naturale di un tempo, e la cosa risulta tanto più manifesta in un regista notoriamente sensibile, apparentemente abituato a usare il  cinema come terapia (senza addentrarci nella natura più di pettegolezzo che psicanalitica delle vicissitudini personali). Sarebbe un po’ ingiusto imputargli colpe per un discorso in ogni caso sincero o classificare il cambiamento in atto come un “segno di stanca”. Però rimane un fenomeno pauroso, e apprezzo, ma non approvo. Rimango fedele alla linea antica dell’opposizione: la diversità infantile come atto di pacifico terrorismo contro la banalità del reale. Alle armi – pardon – alle forbici!

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Dead Set: la TV dei morti viventi

febbraio 12, 2010

Non-Morti in diretta

Lo zombie non si compromette. Lo zombie è integro, a dispetto dell’avanzato stato di putrefazione. Altri mostri gotici vivacchiano la gioventù della terza età con novelle passioni romantiche (come gli ottuagenari appostati davanti ai licei): il vampiro dandy, familista e morale, il licantropo, prigioniero di un altro deleterio stereotipo, il machismo lustro clonato da Wolverine-Hugh Jackman (per giunta Ghiottone, non già Lupo). Lo zombie, salma decomposta e rivoltante, corpo sfatto e goffo, orripilante o sorprendentemente comico, non piace a nessuno tranne ai nerd e continua a deliziare i suoi fan con quello che sa fare meglio: spettacoli nerissimi, da Romero a Rec, o commedie insolite, scollacciate, ultraviolente. Mantiene intatta la totale e compiaciuta assenza di fascino sbarcando su ogni medium, compresa la confortevole TV, nello straordinario exploit di Dead Set, trasmesso sul canale inglese E4. Lo spunto della serie è di una semplicità disarmante: il morbo si diffonde, i morti mangiano i vivi… e nella Casa del Grande Fratello i suoi abitanti e i pochi sopravvissuti della produzione sono l’ultimo baluardo di una resistenza disperata.


Sono molti i pregi che rendono la miniserie innovativa e appetitosa (quanto un cervello fresssscooo): schizza, pardon, salta all’occhio anzitutto la pressione esercitata sui canoni del visibile, cioè su quanto sia possibile mostrare sul piccolo schermo, pay o meno che sia. Il gore è esplicito, le frattaglie si sprecano, il make-up convincente e disgustoso. L’armamentario dei capisaldi del genere è recuperato in pieno, senza concessioni: l’invenzione non è solo cosmetica, ma viene usata come arma che morde, lacera e distrugge. Sulla scena si presentano in cameo più o meno importanti vecchi e nuovi partecipanti del reality show originale. L’ospite-vittima più illustre è Davina, la conduttrice del programma UK: il corpo, il volto della Marcuzzi d’oltremanica sono dissacrati dalla sua trasformazione mostruosa, uno sberleffo blasfemo all’immagine idealmente intatta del divo televisivo. Delitto eccellente, è il frutto di una satira cloridrica che è il secondo e più importante recupero da Romero, citato nella lettera e nello spirito: nel pieno dell’assedio, Joplin, un partecipante al gioco, ipotizza che gli zombie convergano alla Casa del Grande Fratello perché obbediscono ad un primordiale istinto – “è come un tempio per loro” – allo stesso modo con cui in Zombi gli sconvolti assediati si spiegavano l’ammassarsi delle creature attorno al centro commerciale.

Le TV rimangono accese e funzionali per tutta la durata dell’invasione. Proiettata sul consumo televisivo la metafora è potenzialmente banale: Il pubblico è fatto di zombie”, “Turn on the TV, turn off the Brain”. Tuttavia l’assunto viene sviscerato in ogni suo aspetto, con riguardo di sfumature e psicologie, e consapevolezza del mezzo. La prima puntata della miniserie non scaraventa subito lo spettatore nel mondo alternativo dell’horror, ma si apre invece con lentezza, prendendosi tempo prima di introdurre la componente fantastica (bisogna attendere la prima “eliminazione” per questo, mentre le avvisaglie dell’invasione sono relegate alla seconda pagina dei TG): inizialmente si cela, imitando stili, tic, idiosincrasie sia dei personaggi che della rappresentazione televisiva – orrore quotidiano. Gradualmente, l’occhio del Grande Fratello si fa più penetrante, e un piano sequenza rivelatore conduce oltre la superficie delle cose, dietro le quinte; il GF viene esposto nelle sue logiche di base in modo sobrio e cinico: l’intervento di studio sui materiali da mandare in onda, la selezione dei battibecchi gustosi da mandare in onda, il montaggio, le censure, la creazione del racconto della clip giornaliera con qualcosa di vero e qualcosa di finto. Si tratta di una critica profonda, che supera il corrispettivo italiano di un Mai dire Grande Fratello: lì, la berlina dei partecipanti al gioco, tutta integrata nel sistema, qui la riflessione sul sistema stesso, sull’apparato di produzione, sul cervello della creatura.

Dead Set Logo

La satira, cattiva e terribilmente divertente, non risparmia nessuno, a partire dallo spettatore convinto del suo controllo sul consumo televisivo. Nell’ipotetica Casa del Grande Fratello di Dead Set, Joplin è il personaggio che avanza le più grevi e snobistiche pretese: si professa colto, osservatore consapevole e conoscitore del funzionamento del piccolo schermo – è entrato nella Casa “per cambiare la TV dall’interno”. Joplin in realtà è il più psicologicamente vulnerabile del gruppo: il bagaglio di esperienze vantate è proprio quello impalpabile e mediato della TV; inquilini e pubblico del GF lo odiano, e gli affibbiano il dispregiativo soprannome Gollum; è manipolabile, improvvido, spesso le sue intuizioni conducono sulla cattiva strada e, soprattutto, è un voyeur: detto altrimenti, un teledipendente.

La questione cruciale di una storia zombesca è la sopravvivenza: alcuni personaggi sono dotati delle competenze che li possono aiutare, e con l’adeguata organizzazione la minaccia non sarebbe insormontabile: ma una fragilità interna, un dissidio, compromette la comunità, e le cose precipitano. Apparentemente, i protagonisti di Dead Set avrebbero vita facile. All’uccisione di uno zombie incapace di uscire dalla piscina della Casa, poco profonda, segue il commento fiducioso: “Sono stupidi, vero? Vinceremo noi. Perché siamo più intelligenti”. La debolezza fatidica dei protagonisti di Dead Set consiste nell’essere personaggi televisivi, integrati in un meccanismo che presume il “mostrarsi”, più che il “fare”, di essere spettacolo più che agire.

Gli inquilini della Casa sono infantili e impotenti: abituati all’ossequio complice e alla dipendenza pressoché assoluta dalla regia del Grande Fratello, resistono all’idea di non essere più sotto il controllo della TV madre e matrona; quando la protagonista, Kelly, impiegata della produzione, viola il Sancta Sanctorum della Casa per trovare scampo dagli zombie, pensano dapprima che l’irruzione sia una sorpresa dello show, e si arrendono alla realtà solo al primo attacco – amore al primo morso! Kelly stessa è una vittima, in forma differente, della TV: divorata dal lavoro, trascura il fidanzato, onesto e innamorato, flirta con il fascinoso dongiovanni dello studio, sopporta grigie e opprimenti mansioni.

Nel corso del tempo, la maggior parte dei protagonisti, svincolatisi progressivamente dall’onnisciente GF, diventano in grado di tirar fuori risorse inaspettate, e soprattutto le donne di Dead Set smettono i panni delle ochette svenevoli per rivelarsi killer incallite e leader carismatiche. Rimane tuttavia un fatale ostacolo: un reality show alimenta e nutre meschinità, tradimento e paranoia: lo spettacolo ne guadagna, ma all’incombere della crisi non sono le qualità umane più desiderabili. A smuovere i meno pietosi istinti dei protagonisti è la lucida e aberrante real-politik del produttore Patrick, figura di una vitalità infernale e orchesca, machiavellico, unico a mantenere costantemente il sangue freddo, pronto a qualsiasi cosa per sopravvivere, volgare, straripante e spesso dotato di luciferina simpatia. Dopo una lunga fuga (dalla Davina-zombie) converge sulla Casa, e lì sostiene decisioni dure, indispensabili, razionali, ma nefaste; incarnazione viva della volontà del programma, quasi più forza della natura che umano, falso profeta ed emissario celeste, voce del Grande Fratello, riafferma le logiche di efficienza che sono proprie della TV commerciale fino agli esiti estremi. Ci riesce bene: conosce i partecipanti del gioco con acume e profondità, e li disprezza con altrettanto vigore. Pure, è il personaggio che si fa carico delle sue decisioni fino alla fine, nel bene e nel male, irrispettoso artefice delle proprie fortune, al punto di augurare agli zombie di strozzarcisi!, con le sue interiora: una versione estrema del “feeding” mediatico.

La parabola della Casa del Grande Fratello in Dead Set, da tempio di eletti, a bunker, a trappola per topi è efficace perché punta un dito rachitico e storto contro un sistema, ma lontano da facili ipocrisie, lo descrive semplicemente come il meccanismo che, assecondandole, amplifica preesistenti e democraticissime convinzioni del quotidiano: “Stiamo a vedere come va” e “Qualcuno si merita di essere eliminato”.

L’analisi, matura, arriva non a caso dal Paese pioniere della TV europea, e la più che mai perfida Albione è al centro di un rinascimento delle belle arti televisive, con numerose serie “cultissime”, l’export cospicuo di talenti verso le produzioni USA e Londra teatro di raffinate apocalissi: una tradizione venerabile la vede all’altezza di New York e Tokyo, affondando le sue radici almeno ad H.G. Welles; gli zombie spesso sono sotto i riflettori del disastro grazie a 28 giorni dopo e soprattutto Shaun of the Dead: i morti adorano camminare, o ciondolare, sbronzi dopo l’uscita al pub, per le vie della city. Sembra solo appropriato che da lì venga trasmessa la Non-Morte in diretta.