Archive for the ‘Horror’ Category

h1

Dead Set: la TV dei morti viventi

febbraio 12, 2010

Non-Morti in diretta

Lo zombie non si compromette. Lo zombie è integro, a dispetto dell’avanzato stato di putrefazione. Altri mostri gotici vivacchiano la gioventù della terza età con novelle passioni romantiche (come gli ottuagenari appostati davanti ai licei): il vampiro dandy, familista e morale, il licantropo, prigioniero di un altro deleterio stereotipo, il machismo lustro clonato da Wolverine-Hugh Jackman (per giunta Ghiottone, non già Lupo). Lo zombie, salma decomposta e rivoltante, corpo sfatto e goffo, orripilante o sorprendentemente comico, non piace a nessuno tranne ai nerd e continua a deliziare i suoi fan con quello che sa fare meglio: spettacoli nerissimi, da Romero a Rec, o commedie insolite, scollacciate, ultraviolente. Mantiene intatta la totale e compiaciuta assenza di fascino sbarcando su ogni medium, compresa la confortevole TV, nello straordinario exploit di Dead Set, trasmesso sul canale inglese E4. Lo spunto della serie è di una semplicità disarmante: il morbo si diffonde, i morti mangiano i vivi… e nella Casa del Grande Fratello i suoi abitanti e i pochi sopravvissuti della produzione sono l’ultimo baluardo di una resistenza disperata.


Sono molti i pregi che rendono la miniserie innovativa e appetitosa (quanto un cervello fresssscooo): schizza, pardon, salta all’occhio anzitutto la pressione esercitata sui canoni del visibile, cioè su quanto sia possibile mostrare sul piccolo schermo, pay o meno che sia. Il gore è esplicito, le frattaglie si sprecano, il make-up convincente e disgustoso. L’armamentario dei capisaldi del genere è recuperato in pieno, senza concessioni: l’invenzione non è solo cosmetica, ma viene usata come arma che morde, lacera e distrugge. Sulla scena si presentano in cameo più o meno importanti vecchi e nuovi partecipanti del reality show originale. L’ospite-vittima più illustre è Davina, la conduttrice del programma UK: il corpo, il volto della Marcuzzi d’oltremanica sono dissacrati dalla sua trasformazione mostruosa, uno sberleffo blasfemo all’immagine idealmente intatta del divo televisivo. Delitto eccellente, è il frutto di una satira cloridrica che è il secondo e più importante recupero da Romero, citato nella lettera e nello spirito: nel pieno dell’assedio, Joplin, un partecipante al gioco, ipotizza che gli zombie convergano alla Casa del Grande Fratello perché obbediscono ad un primordiale istinto – “è come un tempio per loro” – allo stesso modo con cui in Zombi gli sconvolti assediati si spiegavano l’ammassarsi delle creature attorno al centro commerciale.

Le TV rimangono accese e funzionali per tutta la durata dell’invasione. Proiettata sul consumo televisivo la metafora è potenzialmente banale: Il pubblico è fatto di zombie”, “Turn on the TV, turn off the Brain”. Tuttavia l’assunto viene sviscerato in ogni suo aspetto, con riguardo di sfumature e psicologie, e consapevolezza del mezzo. La prima puntata della miniserie non scaraventa subito lo spettatore nel mondo alternativo dell’horror, ma si apre invece con lentezza, prendendosi tempo prima di introdurre la componente fantastica (bisogna attendere la prima “eliminazione” per questo, mentre le avvisaglie dell’invasione sono relegate alla seconda pagina dei TG): inizialmente si cela, imitando stili, tic, idiosincrasie sia dei personaggi che della rappresentazione televisiva – orrore quotidiano. Gradualmente, l’occhio del Grande Fratello si fa più penetrante, e un piano sequenza rivelatore conduce oltre la superficie delle cose, dietro le quinte; il GF viene esposto nelle sue logiche di base in modo sobrio e cinico: l’intervento di studio sui materiali da mandare in onda, la selezione dei battibecchi gustosi da mandare in onda, il montaggio, le censure, la creazione del racconto della clip giornaliera con qualcosa di vero e qualcosa di finto. Si tratta di una critica profonda, che supera il corrispettivo italiano di un Mai dire Grande Fratello: lì, la berlina dei partecipanti al gioco, tutta integrata nel sistema, qui la riflessione sul sistema stesso, sull’apparato di produzione, sul cervello della creatura.

Dead Set Logo

La satira, cattiva e terribilmente divertente, non risparmia nessuno, a partire dallo spettatore convinto del suo controllo sul consumo televisivo. Nell’ipotetica Casa del Grande Fratello di Dead Set, Joplin è il personaggio che avanza le più grevi e snobistiche pretese: si professa colto, osservatore consapevole e conoscitore del funzionamento del piccolo schermo – è entrato nella Casa “per cambiare la TV dall’interno”. Joplin in realtà è il più psicologicamente vulnerabile del gruppo: il bagaglio di esperienze vantate è proprio quello impalpabile e mediato della TV; inquilini e pubblico del GF lo odiano, e gli affibbiano il dispregiativo soprannome Gollum; è manipolabile, improvvido, spesso le sue intuizioni conducono sulla cattiva strada e, soprattutto, è un voyeur: detto altrimenti, un teledipendente.

La questione cruciale di una storia zombesca è la sopravvivenza: alcuni personaggi sono dotati delle competenze che li possono aiutare, e con l’adeguata organizzazione la minaccia non sarebbe insormontabile: ma una fragilità interna, un dissidio, compromette la comunità, e le cose precipitano. Apparentemente, i protagonisti di Dead Set avrebbero vita facile. All’uccisione di uno zombie incapace di uscire dalla piscina della Casa, poco profonda, segue il commento fiducioso: “Sono stupidi, vero? Vinceremo noi. Perché siamo più intelligenti”. La debolezza fatidica dei protagonisti di Dead Set consiste nell’essere personaggi televisivi, integrati in un meccanismo che presume il “mostrarsi”, più che il “fare”, di essere spettacolo più che agire.

Gli inquilini della Casa sono infantili e impotenti: abituati all’ossequio complice e alla dipendenza pressoché assoluta dalla regia del Grande Fratello, resistono all’idea di non essere più sotto il controllo della TV madre e matrona; quando la protagonista, Kelly, impiegata della produzione, viola il Sancta Sanctorum della Casa per trovare scampo dagli zombie, pensano dapprima che l’irruzione sia una sorpresa dello show, e si arrendono alla realtà solo al primo attacco – amore al primo morso! Kelly stessa è una vittima, in forma differente, della TV: divorata dal lavoro, trascura il fidanzato, onesto e innamorato, flirta con il fascinoso dongiovanni dello studio, sopporta grigie e opprimenti mansioni.

Nel corso del tempo, la maggior parte dei protagonisti, svincolatisi progressivamente dall’onnisciente GF, diventano in grado di tirar fuori risorse inaspettate, e soprattutto le donne di Dead Set smettono i panni delle ochette svenevoli per rivelarsi killer incallite e leader carismatiche. Rimane tuttavia un fatale ostacolo: un reality show alimenta e nutre meschinità, tradimento e paranoia: lo spettacolo ne guadagna, ma all’incombere della crisi non sono le qualità umane più desiderabili. A smuovere i meno pietosi istinti dei protagonisti è la lucida e aberrante real-politik del produttore Patrick, figura di una vitalità infernale e orchesca, machiavellico, unico a mantenere costantemente il sangue freddo, pronto a qualsiasi cosa per sopravvivere, volgare, straripante e spesso dotato di luciferina simpatia. Dopo una lunga fuga (dalla Davina-zombie) converge sulla Casa, e lì sostiene decisioni dure, indispensabili, razionali, ma nefaste; incarnazione viva della volontà del programma, quasi più forza della natura che umano, falso profeta ed emissario celeste, voce del Grande Fratello, riafferma le logiche di efficienza che sono proprie della TV commerciale fino agli esiti estremi. Ci riesce bene: conosce i partecipanti del gioco con acume e profondità, e li disprezza con altrettanto vigore. Pure, è il personaggio che si fa carico delle sue decisioni fino alla fine, nel bene e nel male, irrispettoso artefice delle proprie fortune, al punto di augurare agli zombie di strozzarcisi!, con le sue interiora: una versione estrema del “feeding” mediatico.

La parabola della Casa del Grande Fratello in Dead Set, da tempio di eletti, a bunker, a trappola per topi è efficace perché punta un dito rachitico e storto contro un sistema, ma lontano da facili ipocrisie, lo descrive semplicemente come il meccanismo che, assecondandole, amplifica preesistenti e democraticissime convinzioni del quotidiano: “Stiamo a vedere come va” e “Qualcuno si merita di essere eliminato”.

L’analisi, matura, arriva non a caso dal Paese pioniere della TV europea, e la più che mai perfida Albione è al centro di un rinascimento delle belle arti televisive, con numerose serie “cultissime”, l’export cospicuo di talenti verso le produzioni USA e Londra teatro di raffinate apocalissi: una tradizione venerabile la vede all’altezza di New York e Tokyo, affondando le sue radici almeno ad H.G. Welles; gli zombie spesso sono sotto i riflettori del disastro grazie a 28 giorni dopo e soprattutto Shaun of the Dead: i morti adorano camminare, o ciondolare, sbronzi dopo l’uscita al pub, per le vie della city. Sembra solo appropriato che da lì venga trasmessa la Non-Morte in diretta.


Annunci
h1

Salvate il Vampiro Emo – Puntata 3

febbraio 2, 2010

Mutaforma. Il vampiro adolescente.

Nonostante alcuni vampiri cerchino di riconquistare la virilità perduta in veste  machissima, come nella riduzione del fumetto Blade, dove la componente notturna della creatura è valorizzata soprattutto dall’aspetto del camionista assonnato, oppure finiscano per farsi usurpare ruolo e credenziali iconografiche dallo zombie, mostro operaio, ma uomo-uomo, in Io sono Leggenda e 30 giorni di buio, il nosferatu fragile, svenevole e fanciullina prospera e diventa l’idolo di un pubblico di adolescenti  smarrite, ma sessualmente consapevoli: le ammiratrici di Twlight.

Il turbamento intenso e le metafore inquietanti su sesso e identità sono suggeriti, ma scongiurati: Bella, didascalica di nome e di fatto, entra nell’aula di biologia, Edward la vede, gli si allunga, imbarazzato, il canino, e mette il broncio… La metafora del durello giovanile in azione. Lei ha un segreto: tutti i vampiri sentono il suo odore, vitelloni estivi sull’asse Rimini-Gabicce che dell’annuso della passera fanno arte. Bella è stanca, e il vampiro rivela che al sole non brucia, ma sbrilluccia come il glitter; svelato il “terribile” segreto se la porta in groppa come un mulo, docile, fino in cima ad una collina. Bella sembra che ce l’abbia solo lei a scuola, ma è un po’ stupida, un po’ cretina, un po’ imbranata. Inciampa e piange, piange e inciampa, in barba a secoli di eroine suffragette e di critica femminista, ma tanto le basta. Lui è intimidito (ancora) da problemi fisici, lei vuole farlo, ma lui è costretto a ritirarsi: si guarderanno negli occhi tutta la notte, sarà bellissimo lo stesso.

In sintesi, la ragione del successo di Twilight, romanzi e film, risiede nell’essere un romanzo formativo quanto Piccole donne, che suggerisce il gusto del proibito, ma entro castissimi confini, e dove la conduzione del gioco è tutta al femminile. Non hai bisogno di essere né una bella fiola, né intelligente: per il maschio postmoderno, anche la donnina senza qualità è una bomba di intraprendenza e può vincere la bestia.

Sembrerebbe finita, dunque, per il vampiro. Esaurito dall’impiego incessante, parrebbe messo alla corda e costretto a lasciare lo scettro di re del brivido a più degni successori. Tuttavia, non tutti i traumi dell’adolescenza sono superabili facilmente, e il mostro ha campo libero in una fase della vita in cui la trasformazione del corpo e l’indeterminatezza del genere sessuale la fanno da padrone.

Lasciami Entrare è un bellissimo cult svedese del 2008 in cui la figura del vampiro recupera originalità e gran parte delle inquietudini che l’hanno sempre animato. A descrivere il plot si potrebbe avvertire una sensazione di deja-vu… Giovanissimi Romeo e Giulietta, Oskar lo sfortunato della scuola, tormentato dai bulli, ed Eli misteriosa studentessa appena trasferitasi, sviluppano un sentimento d’amore, profondo, sconvolgente e delicato allo stesso tempo, sfidando il mostruoso segreto nascosto da uno di loro. Ma la Svezia è un paese freddo, buio e inclemente, già sconvolto da una spaventosa e dilagante anomia delle persone e della periferia urbana, e gli esiti sono ben diversi rispetto alla saga della Meyer.

Ancora una volta uomini  deboli soccombono alla volontà di una ministra di crudeltà innocente, la bambina (?) eterna Eli, costretta all’omicidio per nutrirsi, comunque implacabile. Disturba l’età più che acerba dei protagonisti (11 anni), ma non si rinuncia alla densità dei sottintesi. Torna l’ambiguità feroce del vampiro-angelo assessuato, torna la violenza torbida di gelosia e possessività, e la relazione asimmetrica tra Eli ed Oskar, entrambi un po’ vittime, un po’ carnefici, si tinge di sadomaso quando “Dracula ama Renfield”.

C’è spazio per sperare. Avviato al recupero, auguro al principe della notte di riprendersi alla piena salute, per quanto il suo stato di morte possa permettergli. Ci sono tante altre chiavi di lettura per raccontare il vampiro, al di fuori di quella proposta tutta sesso e sangue, troppi film per raccontarli tutti, presenti, passati e futuri:  per presentarne sei ne ho toccati mille, per tacere delle pastiche manga e anime, o dell’invasione televisiva in atto, di cui un caso fortunato è la versione cafona senza compromessi di True Blood…  torneremo a esumare la salma!

Sgorbio Vampira Baciosa

h1

Salvate il Vampiro Emo – Puntata 2

gennaio 27, 2010

Ambiguo: il vampiro transgender

Provato e sensibilizzato dalle recenti esperienze, dubbioso sulla sua stessa natura di mostro, come accade a Dracula, il vampiro approda prima sulle pagine e sulla pellicola di Intervista col Vampiro, opere significative per comprendere il vampiro di oggi con le sue paturnie.

Il vampiro Lestat\Tom Cruise è un gran bastardo, il vampiro Louis\Brad Pitt si strugge e lagna. Il primo, cinico, ammazza con biblica magnitudine e cicisbea disinvoltura, il secondo si lamenta. Mi piace pensare che le simpatie del pubblico avveduto corrano al più stronzo del duo,  che la propria natura la ammette senza indorare della pillola; è indubbia l’influenza del secondo su un corso storico del gioco di ruolo, negli anni ’90 avviato alla maturità artistica con Vampiri la Masquerade, assumendo le caratteristiche di medium immersivo e culturalmente “alto” ai confini della performance teatrale prima di ripiegarsi nel nuovo millennio su eccessi  caricaturali e altro genere di maturità che vedono più serrate logiche di produzione e mercato principi (ma è un’altra storia).

Il riferimento al gioco di ruolo non è casuale per una figura di non-morto che, in misura crescente, vuole essere vissuta. Un vampiro di moda, sentimentale, ma combattuto, desiderato e rifiutato dal mondo esprime una concezione abbastanza emblematica del post-moderno, che coniuga l’edonismo diffuso, la ricerca del fascino tout-court con l’anomia e l’insicurezza personale: anche esteticamente, tanto Underworld quanto Buffy sono figliastri dell’immaginario estremo e irrispettoso di confini di genere tipico del gioco di ruolo.

Il vampiro che si rode interiormente diventa emblema del ritorno en masse al succhiasangue come mostro esplicitamente transgender. Lestat, stanco delle moine del collega e convivente, vampirizza una ragazzina, l’acerba Kirsten Dunst che diventa prima figlioccia, poi Lolita-amante di Louis: in tutte le maniere possibili, i Vampiri di Anne Rice e Neil Jordan cercano di rifondare una famiglia su diverse basi, guardando con orrore al nichilismo orgiastico dei simili, capeggiati da un morbidamente sordido Antonio Banderas, ma contemporaneamente toccando territori ben oltre l’hard, con un triangolo amoroso senza direzione né angoli acuti che grida a gran voce tutte le diversità possibili, prima dei Gay Pride al TG. Sono creature costrette a vivere nell’ombra le proprie tendenze, ancora, ma più che mai, stavolta, decise a riconquistarsi “il posto al sole”: l’ombra  dell’outing fiero si estende sul film e fortissimamente sul seguito La Regina dei dannati, film maledetto innanzitutto perché bruttarello assai.

Ma il vampiro homogender senza veli sul grande schermo non è novità assoluta: Martin di George A. Romero e Miriam si sveglia a mezzanotte di Tony Scott sono due buoni esempi di film ad aver ampiamente pubblicizzato la natura intima della creatura. Nel primo, un ragazzo disadattato come tanti accoppa avvenenti fanciulle e ne succhia il sangue tramite cannetta. In casa dello zio, paletti e aglio sono all’ordine del giorno, ma le domande restano aperte fino alla fine: lo zio è un novello Van Hellsing o un mitomane? Martin è un autentico nosferatu o un “normale” psicopatico? Innaturale creatura delle tenebre o figlio legittimo della società? Il film, gelido, asciutto, quasi documentaristico non si pronuncia: si esprime, invece, sulle reticenze del protagonista davanti alle donne. Incapace di uscire da feullettonesche fantasie in bianco e nero, in cui si identifica con il vampiro amante assoluto, pare che le normali modalità di accesso al talamo femminile gli siano negate. Lo sblocco, e la vicina conquista di un’instabile normalità, prima dell’inevitabile finale, avvengono solo dopo il superamento di un altro tabù: bere sangue maschile. La fonte, inequivocabile: un omaccione villoso, campione di libido latina rinvenuto nel proverbiale armadio di una bella signora. Una rivelazione traumatica, ma a suo modo salutare.

Bacio saffico tra Catherine Deneuve Susan Sarandon

In the eighties, vampiresses know how to have fun.

Il secondo film citato, titolo originale “The Hunger”, racconta la storia dal punto di vista dell’altra metà del cielo: Miriam è una vampiressa secolare, di nobile stirpe egizia, che dispensa longevità e giovinezza ad una lunga schiera di amanti; ma la promessa di vita eterna viene ciclicamente tradita e quando giunge la suo ora, l’amante entra nell’arco di 24 ore a  far parte di una simpatica collezione di salme, convenientemente stipata in soffitta.  È l’incontro fatale con un’altra donna che sconvolge lo svolgimento del rito millenario… Incarnazione anni ’80 della mitica Ayesha, l’algida e immortale regina africana inventata sir H. Rider Haggard nel 1895, Miriam, interpretata da Catherine Deneuve, intreccia relazione saffica con la dottoressa Sarah Roberts\Susan Sarandon, dopo aver dato il benservito al declinante John\David Bowie. A parte lo spreco di divi da copertina, star di per sé immortali, il film relega i maschietti a un ruolo del tutto subalterno, con il redivivo Ziggy Stardust,  già un paladino dell’ambiguità, malamente congedato, e  titilla le curiosità un po’ pruriginose e superficiali dei contemporanei con una scena lesbo tra le protagoniste piuttosto famigerata.

Da molti il film è considerato un esercizio di stile un po’ velleitario. Tuttavia Tony Scott, che condivide molto della vocazione e del background pubblicitario del fratellone Ridley, con il suo stile patinato interpreta una dimensione fondamentale del mostro: l’ossessione per la perfezione formale e un po’ borghese, per la salute del corpo, la gioventù come valore cosmetico, il vuoto estetismo e la promiscuità facilotta in cui in realtà è l’atto che precede l’identità – ovvero: si trombi in qualunque modo, purché sia bello. O: sesso sì, ma lesbico!

Giovinezza, primavera di bellezza e vanità delle vanità: saranno i temi dell’ultima puntata di questa trilogia gotica, dove finalmente arriveremo alla parte di più grande interesse, il crepuscolo (Twilight) dei vampiri per mano delle ragazzine…

h1

Salvate il Vampiro Emo – Puntata 1

gennaio 25, 2010

Afrodisiaco. Il vampiro del mito e vittoriano.

Il Vampiro: mostro o idolo delle ragazzine? Incubo dai virili appetiti o damerino effemminato? Una delle più illustri carriere nel settore “mostri” del cinema e della cultura pop è a rischio. Alcune particine in questo o quel film, interpretazioni discutibili, per racimolare qualche soldino…  una storia come tante, una storia di squallide marchette, di promesse mantenute a metà e tanti sogni di un giovane nosferatu di campagna. Appena dipartito, quasi fresco, scarsamente decomposto e rumeno:  l’immigrato tipo! Venuto con belle speranze nella grande città si ritrova in brache di tela: gli archetipi fanno in fretta a usurarsi. Della sorte del vampiro mi preoccupo. A chi si chiede  in quale brutto giro sia finito suggerisco di partecipare al Vampire Aid, un percorso in tre puntate e sei pellicole, tutto sommato ben ancorate nel cinema recente, per riscoprire il decadentismo emo del mostro antico e contemporaneo.

Prima di cominciare,  due parole sui vampiri ante-cinema: alle origini del vampiro, prima di Bram Stoker,  c’è un umile e nebuloso mito contadino. Come tante altre creature fantastiche, dimentico di tassonomie stile Manuale dei Mostri, ha tanti nomi e non si sa bene se sia più morto risorto, più folletto malvagio, più lupo mannaro o più cosa che cozza nella notte. Frequentatore di circoli lontani da quelli aristocratici, è vicino alla plebe di cui infesta le campagne; sorge poco signorilmente da anonime fosse, sporco di terra e proletario guano, pronto a succhiare il sangue spesso a membri dello stesso sesso.

Lapide Sgorbio

Dall’emo-globina all’omo il passo è breve e il vampiro, prima della riverniciata tardo ottocentesca,  è un mostro squisitamente trans-gender; un’ambiguità che segna tanto il mito quanto le figure storiche che gli sono accostabili: Vlad Dracula, con il vizietto freudiano di “impalare” i nemici, Erzsébet Batory, di cui si favoleggiano i bagni dermorigeneranti a base di aloe e sangue di vergine, a Gilles de Reis, per gli amici “Barbablù”: psicotici animati da pederastici bollori o saffici sadismi, alcuni dei quali pare abbiano già popolato la prima letteratura scandalistica di massa d’Europa, non troppo lontano dalla nascita della stampa a caratteri mobili.

Dracula di Bram Stoker: val la pena di partire dal personaggio più noto, prototipo del seduttore tutto maschile, dotato di schiera plurima di mogli, beato lui, che a Jonathan Arker sembra preferire la Mina vagante. In tale veste, dirompente eversore di rapporti sociali sclerotizzati su vittoriani pudori, irrompe nella picaresca fantasia del film di Coppola. Barocco, immaginifico e, certamente, kitsch, (quindi uno dei miei film preferiti) con magniloquente, elegante, stilizzata volgarità dipinge un vampiro grande, nel bene e nel male; l’Innominato senza  impicci manzoniani.

Si leva come un lungo palo, insegna di celodurismo, sulla mediocrità inglese di inizio secolo, seguito a ruota dalla civiltà delle attrazioni e dello svago, pronta a fare il gran salto dalle ombre cinesi al cinema. Scintillante, gioiosa, sorprendente, la Bell’Epoque, iniziata sulle ali dell’aroma d’assenzio e conclusasi nel puzzo delle trincee seduce Mina Arker, tanto pudica nelle pose,  quanto lesta ad accarezzare il lupacchione: naturalmente, infrattata dietro cortine di velluto scarlatto, come accade a un’infinità di coppiette nei cinema di tutto il mondo, dacché esiste il binomio sala di proiezione e buio.

Romantico, vitale e virile, perpetuamente immerso negli icori che nessun Nuvenia Pocket può arginare: ad elogiare le doti del vampiro Gary Oldman basterebbe l’onesta facciazza da porca esibita da Winona Ryder nell’atto di concedersi alla vampirizzazione; alcuni proprio, di fronte a tale esibita mole di talenti, reputano qui il vampiro meno mostro e più “buono”, vittima  infine condannata e domata dalla bella, compiacente, che trafigge la bestia.

La continenza di Mina

La casta e fiera resistenza opposta da Mina Arker alle mire del bruto.

Un’ulteriore considerazione ci avvicina a zone più pericolose: Mina è attorniata da comprimari avviati sulla stessa (cattiva, direbbero le mamme) strada: i corteggiatori dell’amica Lucy, vergognosi, ma servili sicofanti di una sgualdrinella, il dr. John Seward, assetato di saperi non convenzionali che con largo anticipo sul ’68 si inietta le droghe per scoprire lo sballo scientificamente misurabile e l’unico consapevole della natura della tentazione, il sedotto invitto, il selvaggio camuffato all’interno della cosiddetta civiltà, difensore di valori che vede “dall’esterno” pagando la sua comprensione con il marchio dell’eccentrico: il dr. Abraham Van Helsing, la nemesi più vicina e per questo più adatta a combattere il caos incarnato. Tutti sedotti  dai sensi, dal progresso, dell’inebriante macchina cinema: l’eccesso di virilità è, in sé, ambiguo, travalica i limiti imposti da madre natura al sesso; piace a lei e a lui, come ben sapevano gli alchimisti medievali con le loro teorie di bellissimi androgini dal fascino perfetto e unisex.

Dopotutto, una certa confusione di ruoli appartiene a molti altri eroi vittoriani, dal duplice Dr. Jekill-Mr Hyde (e ritratto così nella Lega degli Straordinari Gentlemen di Alan Moore), ad un protagonista or ora sulla ribalta: Sherlock Holmes di Conan Doyle, che anche nel film di Guy Ritchie prova una gelosia possessiva ed eloquente nei confronti dell’idolo delle donne Jude Law\Watson, mentre le relazioni intrattenute con l’inafferrabile ladra Rachel McAdams\Irene Adler rimangono nella teoria e nella pratica senza sbocco.

Dracula è tutto il sesso, senza confini: conviene dimenticare anche qui il masculo culto e fare qualche passo avanti, qualcuno indietro per affrontare altri vampiri e la natura chiacchierata del loro paletto, nella prossima, agghiacciante puntata

Dracula Sgorbio