Archive for the ‘Cinema’ Category

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Pillole: Attenti a quei due!

aprile 16, 2010

Sulla colonna sonora di Sherlock Holmes ho già speso tante parole (troppe, come al solito). Ma ci ritorno con la tenacia del martello sull’incudine dopo che l’ascolto della sigla di Attenti a quei due (si può ascolare e vedere qui) ha acceso un lumicino vittoriano nei remoti anditi della corteccia cerebrale.

The Persuaders!, serie cult britannica degli anni ’70 con Tony Curtis e Roger Moore, ha più di una somiglianza con il film di Guy Ritchie, dal tema musicale alla dinamica di coppia Holmes-Watson: sembra improbabile che tanto il regista quanto Zimmer lo ignorassero.

Giusto per dire quanto profonde e quanto piacevolmente sorprendenti possano essere le genealogie nell’intrattenimento popolare.

Attenti a Quei Due

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Il Drago del Lago di Fuoco: il mostro, lo stregone e il compagno Disney

aprile 14, 2010

Mostri e Disney: poco ET, molto gore!

Esistono film che la Disney non si accorge di quel che sta producendo. Capita a  lungometraggi di animazione, come Le follie dell’Imperatore e Lilo e Stitch, teoricamente nati di rimessa durante il boom digitale, capita ai Pirati dei Caraibi, baraccone estivo dedicato alla giostra di Disneyland divenutto saga fantasy longeva e discretamente  originale, capita in un passato molto remoto, diciamo a cavallo tra il tramonto degli anni ’70 e l’alba di Star Wars, con  Tron e Il Drago del Lago di Fuoco. Molto spesso la Disney fa meglio quando non si accorge.

Vermithrax il Drago del Lago di Fuoco

Il più noto attributo del Drago in azione: la fiatella.

Mentre le sale sono infuocate dal quasi disneyano Dragon Trainer dedico un bell’amarcord scaglioso a quest’ultimo, coproduzione con la Paramount che all’epoca fu un flop abbastanza clamoroso, ma si guadagnò in seguito lo status di film culto. Tra i vari aspetti di merito: gli effetti speciali animatronici, a lungo insuperati, e l’oscurità, realismo e crudezza che investono trama e messinscena.

Si parla di una caccia al drago classica che più classica non si può (nessuna collusione con il mostro), ché perfino San Giorgio avrebbe esclamato: “Questa la so già”. Galen, giovane apprendista mago di non belle speranze, si deve cimentare contro un esemplare piuttosto agguerrito della razza sputa fuoco, Vermithrax Pejorative, che tormenta il regno di Urland in un non meglio precisato alto medioevo mitteleuropeo. La creatura, assai avveduta, esige un cospicuo tributo stagionale di vergini, che nemmeno il più accanito bagnino romagnolo sarebbe capace di eguagliare.

Le cose si fanno presto più interessanti di quanto sembri a una superficiale riassunto. Cacciatore e preda sono sull’orlo della disoccupazione, radicale e definitiva: il tempo dei sortilegi e dei portenti sta per finire, di fronte all’avanzare di nuove forze. Se l’apprendista si aggrappa a quelle poche inutili nozioni apprese come studente neolaureato di scienze delle comunicaz… stregoneria, il mostro non se la cava meglio: Vermithrax è un sopravvissuto, un fossile vivente. Un drago un po’ scassato: i suoi dipartiti compagni di volate, tutti estinti, si libravano alti nell’aria su ali maestose, lui si trascina sotto una montagna con aria un po’ patita, nutrito da un patto, vantaggioso, sì, ma paurosamente simile ad un pensionamento. Il conflitto vede fronteggiarsi le due potenze ataviche del Drago e dell’Ammazzadraghi, ma entrambe sono impotenti davanti ad una realtà mutata che irrompe, al guazzabuglio medievale: tempi moderni!

Femminismo! Durante le sue peripezie, Galen cede alle grazie di Valerian (esibite in una scena allo stagno “vedo nudo” un po’ birichina), una bella fanciulla che ha passato la maggior parte della vita vestita da uomo: uno stratagemma attuato per sfuggire alla cinica lotteria che estrae (in teoria) a sorte la fortunata che deve far da pasto al Drago.  Pur in vesti umili da contadina, priva di armatura scintillante, è animata dai virili, eroici istinti appartenuti alla lunga stirpe fantastica di donne guerriere: a differenza dei trepidi e codardi valligiani, ha abbracciato le ideali e migliori qualità attribuite al masculo sesso (coraggio, decisione, pragmatismo). Basterebbe questo a far parlare (bene) a tutte le suffragette (e Zapateri) del circondario sul sovvertimento dei ruoli canonici tra principi e principesse.

Politica & Scandali! La minaccia primitiva del Drago impallidisce di fronte ad un più spaventoso Leviatano (di Hobbes): il meccanismo che il regno ha imbastito attorno all’esistenza del mostro. La lotteria di selezione (ed eliminazione) delle vittime, in sé democraticissima, produce una pace sociale mostruosa. Vien comodo al re lo spauracchio piroclastico: per tenere a freno le masse contadine ignoranti, affamate e sempre sull’orlo della rivolta, con buona pace di terrorismi bianchi e neri in cavallereschi tempi.

Una classe dominante corrotta a dire poco, personificata dal re Cassiodorus, ha pensato a tutto, compresi magheggi alle urne per evitare che il sacrificio tocchi alla principessa ereditaria: quando lo scandalo, tuttavia, emerge (la regale fanciulla è buona pasta, e non le va di scamparla a discapito della prole villica) non è il padre a pagare, ma lei stessa. Il film rievoca la tragedia di Agamennone e Ifigenia, con quest’ultima che si ritrova le estremità, mangiucchiate da orribili draghetti – Vermithrax, si scopre, è una ragazza madre, che lotta come può per arrabattarsi con famiglia e figli. “Chi è il mostro, ora, chi è il mostro?” chiede, con la bocca piena di piedi.

Vermithrax in volo

La caccia al drago si compie infine con l’annunciata dipartita della bestia, ma lasciando lunghe ombre dietro di sé: da una parte, gli sforzi del protagonista stesso si rivelano vani, dato che a reclamare la testa del mostro è il mentore Ulrich, dato per morto all’inizio della pellicola, miracolosamente risorto in pieno stile Gandalf e sacrificatosi come primo caso di Mago-Bomba della storia per assicurare il drago a miglior vita.

Dall’altra, mentre maghi e apprendisti lottano con il drago alla vecchia maniera, il contado avvicina nuove soluzioni: la conversione al cristianesimo promette una rinnovata unità e forza, ma c’è poco di religioso nell’abbandono dei costumi pagani. Dopotutto, Jacopus, il predicatore errante responsabile dell’evangelizzazione, affrontando vis-a-vis la diabolica creatura, armato solo di bastone e fede, fa la fine dello zolfanello.

La realtà dei nuovi assetti emerge nella scena finale del film, quando Cassiodorus, giunto sul luogo dell’abbattimento del drago, imbastisce una regale messinscena per attribuirsi il merito dell’impresa – come uso dei sovrani di tutte le epoche: il popolo lo fronteggia compatto, osservando dalla sommità di una collina lì vicino. Attraverso una fuga spaziotemporale vertiginosa, il legame in seno alla Chiesa prefigura quello ben più laico dei compagni nel nome del socialismo reale. Questo Terzo Stato d’anticipo avrà i suoi mezzi per opporsi alla forza della tirannide – anche se si può discutere ampiamente dell’ottimismo del quadro. Ai protagonisti, giovane mago e Bradamante, relitti del mondo della fiaba, non resta che defilarsi discretamente e lasciare altri ad affrontare, dopo aristocratiche lotte di draghi e cavalieri, la lotta operaia

Dragonslayer rimane, nel panorama affollato di sword & sorcery facilona del cinema attuale, un film dotato di un fattore di estrema originalità: l’impronta sinistra (in tutti i sensi) del conflitto, frequentata occasionalmente dalla heroic fantasy letteraria, che ha i suoi bravi campioni di marxismo militante, meno su pellicola. Siamo più vicini forse all’horror, più legato ai plumbei anni ’70 che ai gioiosi e poco militanti anni ’80…

Bei baffetti zio Walt!

Malefica, il Drago

Malefica/Drago VS la Bella Addormentata. Nonna Pejorative?

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Tim Burton e i fratelli Coen: fiabe, soldi sporchi, TV.

marzo 22, 2010

Strani compagni di letto: Edward Mani di Forbice e Fargo

Tim Burton, Fratelli Coen e consumismo. Certi accostamenti nascono dall’irriverenza: mescolano miseria e nobiltà, umiltà e fasti, evidenziano un sottofondo comune inaspettato, ma rivelatorio, che al momento non lo diresti, ma a  guardarti indietro è lì. Come Amanda Lear nei quadri di Salvador Dalì.

Un filo rosso connette due film diversissimi e acclamati, l’ironia sommessa e feroce di Fargo all’afflato romantico di Edward Mani di Forbice, annodato dall’allusione più o meno esplicita ai fenomeni di consumo: davanti alla meraviglia della Cappella Sistina, mi faccio rapire non dalla sindrome di Stendhal, ma dalla lista della spesa.

Edward Mani di Forbice e Fargo

La somiglianza comincia dalla più suggestiva ambientazione invernale, dove la neve copre come una coltre tutto, ovattando il fracasso della meschina quotidianità per aprire il racconto alla fiaba e alla tragicommedia. Meschina quotidianità: vale a dire “soldi” e “TV”.

Gli anni ’50, imperiosa Età dell’Oro del consumo e della nascita della TV, si proiettano dietro l’uno e l’altro film: quando la civiltà del compra compra fa il suo ingresso nella vita di tutti i giorni muta abitudini, modi di fare e sogni della popolazione americana. In Edward Mani di Forbice è il palcoscenico astratto e, nonostante tutto, affettuosamente ritratto, di un’infanzia sognata e morbidamente fiabesca; in Fargo, è un momento storicamente determinato alle spalle dell’infanzia reale di una generazione, segnata indelebilmente.

In tutti e due i casi, il fracasso degli elettrodomestici e le onde etere disturbano, più che aiutare, la comunicazione e la convivenza tra gli esseri umani.

Edward Mani di Forbice vive nell’alto castello “tetro e bello” dove il padre, Dr Frankenstein buono, l’ha messo insieme pezzo per pezzo, a partire dalle macchine incredibili del suo personale e dolcissimo biscottificio dark. Il maniero, in bianco e nero come i film della Hammer che hanno nutrito l’infanzia del cineasta, si erge verticale, svettante e magnifico sul piattume del paesino sottostante, pastelloso perché technicolorato (e più simile invece al futuro apparato industrial-saccarosio-delirante di Willy Wonka).

Edward Mani di Forbice: delicatezza, poesia e farfalline

Nel castello regnano le linee organiche, le curve di un’architettura barocca e fantasiosa e delle sculture, di ghiaccio o siepe viva, scolpite dal mostro fantasioso; invece, l’incontro di linee rette, perpendicolari, perfettamente razionali disegna la geografia terrena, meglio di quanto accadrebbe in un accampamento romano o in Flatlandia, nel segno della strada e dell’automobile.

Gli abitanti di questo mondo piccolo, sicuro, adorabile, ma scontato, a misura di diorama (come quello della soffitta magica di Beetlejuice), dai nomi monosillabici, nutrono aspirazioni in scala: dalla realizzazione di un’onesta, borghesissima, impresa commerciale, ad una religiosità puritana folle, ma piccina, ripiegata su altarini e immaginette pacchiane, a pruriginose fantasie sessuali da casalinga disperata, di per sé un po’ sgualcite.

I personaggi più dotati di  cuore e buona volontà scontano comunque il limite, che si fa pungentemente vivo all’incontro con la creatura straordinaria del castello: Peg/Dianne Wiest, rappresentante Avon, adotta Edward/Johnny Depp e cerca di aiutarlo con un po’ di trucco a nescondere i graffi sul volto malamente tagliuzzato (gli adolescenti, si sa, hanno certi imbarazzi con le mani, soprattutto se di forbice): un camuffamento cosmetico votato al fallimento, in cui c’è già tutta la storia dell’impossibile assimilazione alle necessità spicciole e quotidiane di un animo spaventosamente elevato e diverso.

Edward Mani di Forbice in un fotogramma che stilla di American Way of Life

La parabola di Edward Mani di Forbice si consuma rapidamente. Il viaggio dalla riluttante accettazione da parte della comunità alla fuga dalla medesima vede succedersi numerosi tentativi di mitigare la radicale diversità del personaggio, artista ed eterno bambino, a schemi di comprensione più modesti: l’apertura della casa di bellezza, una tentata liason sessuale, le apparizioni televisive e l’amore per la cheerleader Kim/Winona Ryder, al contempo l’impulso più nobile e più insidioso alla normalità.

La relazione è impossibile: Edward si ritira per sempre nel suo castello, e ai “normali” rimane un’ombra, un ricordo dolceamaro e il regalo di un sogno. Il gran rifiuto è quello opposto dal personaggio che non si arrende al mondo – ma anche del grande cinema alle dimensioni e logiche del piccolo schermo: può passare in replica sulle tv nazionali e commerciali, ma la sua grandezza brilla di un alone mitico che non si usura e può essere raccontato solo con i modi della fiaba.

Edward Mani di Forbice è un messia della diversità che viene a mancare nella fiaba noir dei Coen: Fargo mantiene disincantato lo sguardo. Una storiaccia nera raccontata in stile lieve, colto e letterario, colorito e bizzarro, dove la pretesa verità del racconto, del tutto inventato, riflette l’antropologia del folklore: è la realtà tangibile dei principi, degli eroi, del bene, del male e dell’insegnamento morale (annesso qualche oscuro risvolto di leggende metropolitane).

Il venditore di automobili Jerry/William H. Macy è il doppio cinico e senza qualità dell’incantevole Peg,integralmente prodotto dalla società dei consumi. Totalmente immerso nel linguaggio dorato e lusinghiero della compravendita non è più in grado di dire la verità, e intraprende la strada funesta del rapimento e riscatto confondendo la ricerca della felicità con la ricerca di denaro (come Muccino con Will Smith, ma questa è un’altra storia): dei suoi colleghi si dice “Vi fidereste di un uomo con una faccia così?”

William H. Macy - Jerry Lundegaard

Il dramma dell’incomunicabilità si gioca quando il contraccambio monetario si sostituisce a quello umano: le traiettorie dei dialoghi si spengono in soliloqui disperati, in orge spastiche con i panegirici casuali di Carl/Steve Buscemi e nei silenzi impenetrabili di Gaear/Peter Stormare.

Atarassica e spassionata quest’umanità divertente, varia e condannata non può che ricorrere alla violenza fisica come ultima, esplosiva risposta. Wade Gustafson/Harve Presnell è una figura paterna parallela e difforme da Vincent Price nel film di Burton: un bauscia a stelle e striscie che sostituisce, secondo buona tradizione western, la lingua di Colt alla propria. Solerte selfmade man, fedele all’etica d’impresa (legale o illegale, poca differenza), cerca di farsi giustizia da solo e fa una fine brutta, inutile e un po’ stupida, in un luogo isolato e miserabile.

Il denaro è lo sterco del diavolo e  mostri senza creatività, irredimibili, nascono dall’interno della civiltà più razionale ed economicamente avveduta. Pochi si salvano (e nel film gemello di 11 anni dopo, Non è un paese per vecchi, nemmeno quelli): quattro mura casalinghe fanno da estremo riparo alle brutture della vita a Marge Gunderson/Frances McDormand, la poliziotta che ha seguito la pista fino all’ultimo sanguinoso atto, e suo marito: dotati di semplicità nei modi e dell’impalpabile misura del buon senso, come una Sandra e un Raimondo Vianello a latitudine nord. Si tratta purtroppo di un equilibrio perennemente instabile, e il marito, pittore, annuncia alle fine del film, nella sicurezza del talamo, che l’immagine di un suo quadro verrà acquistata. Destinazione:  un francobollo, piccolo piccolo, del valore di affrancatura di 5 cent. Tutto ha un prezzo.

Che Fargo sia un Edward Mani di Forbice senza Edward è un paragone spintissimo, ai limiti della pornografia critica. Ma riallacciandomi al predente articolo mi mostra sotto una luce ancora nuova quanto di affascinante e terribile ci sia in visioni diverse e visioni che cambiano: Alice forse abiterebbe più volentieri a Fargo che Wonderland.

La neve cade. Aaaaammmeeeen!

McDormand - Marge

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Alice nel Paese delle Meraviglie, Morte e Tragedia.

marzo 15, 2010

Tim Burton X Alice in Wonderland: la croce e la delizia.

Tra i miei registi preferiti, Tim Burton è diventato terribilmente problematico, e Alice torna dal Paese delle Meraviglie per dimostrarlo. Tim Burton: quanto gioiosamente funebre, quanto limpidamente mortifero, ieri, e quanto combattuto, dubbioso, traumatico, oggi: sconcerta un po’ sia me che gli altri fan di vecchia data, come l’amico di Eccinema, (qui… e qui, dove viene gentilmente offerto l’ottimo, delizioso Burton d’annata DOP di Vincent, il primo corto).

Non si tratta di un tradimento di vecchi valori, né di qualità o di ispirazione perduta, ma di un cambio di rotta tanto più doloroso perché naturale, come il Botticelli apocalittico e integrato da Savonarola, o il tardo e morente Peake: Tim Burton invecchia e il suo mondo fantastico assume tinte paradossalmente più fosche e opprimenti. Accade in Sweeney Todd: Depp e Bonham Carter sono mostri insolitamente senza redenzione e solo a fatica simpatia; accade in Alice.

La locandina di Alice in Wonderland

Alice in Wonderland è un film migliore del ruffiano Big Fish (dove Burton cerca sollievo all’ansia tramite l’approvazione della critica avvoltoia, cucendo una storia di realismo magico su misura di lutti familiari e grandi balle, gioigloriosamente acclamata), ma un naturale sbocco delle sue tematiche e (ho paura) l’addio definitivo allo spirito delle opere giovanili: basta guardare attentamente per raccogliere i frammenti di un immaginario in pezzi.

Anzitutto, il contesto: il Paese delle Meraviglie viene raramente chiamato così, solo dalla piccola Alice di un tempo, che lo visitava (forse in sogno, forse no) nell’unico momento della vita in cui c’è da star allegri. I suoi abitanti, al contrario, chiamano questa terra Sottomondo, vale a dire: l’Altro Mondo. Insomma, anche se pare che Tim Burton sia sedotto dalle sirene di major e blockbuster, in realtà sta parlando sempre di quel mondo suturnio e spettrale che gli sta a cuore.

C’è qualche eccezione: i morti non sono quelli neri come il carbone, ma giulivi, del seguito di Jack Skeleton, ma quelli bianchi ed elegiaci di Big Fish. I compatrioti Inglesi che, cercando di piegarla a rispettabili modi, tormentano la bizzarra Alice, istruita dal padre per essere una paladina di follia in una Nazione a rischio di crepare di noia, si distinguono per il pallore cadaverico. Nonostanze l’iniziale ripugnanza provata dalla protagonista per queste salme da té delle cinque, progressivamente viene condotta a più miti consigli e a traghettarla alla nuova condizione sarà la Regina Bianca (adorabile strega di Anne Hathaway), che per sua stessa ammissione si occupa di altro che “le cose vive” su cui regna la sorella.

Wonderland è un luogo tutto letterario e fine a se stesso: l’immaginario di Lewis Carrol vive di leggi proprie, che non sono quelle del bene e il male, ma l’enjambent, il portmanteau; assonanza, allitterazione e cacofonia. Vale a dire: un universo linguistico e non-sense, ben poco narrabile. Peggio ancora, è un universo satirico d’epoca: trapassati i protagonisti di critica e sberleffo, ciò che rimane della caricatura è, appunto, lettera morta, reliquia. Il Paese delle Meraviglie è un museo di immaginari che contiene tutto, ma da cui la vita si allontana: ci finiscono dentro i riferimenti letterari alti come quelli popolari, la Disney con i suoi castelli posticci (l’amata/odiata casa di produzione con cui si apre e forse si chiude il cammino di Burton) come la cinematografia stessa del regista – in quell’albero rinsecchito che fa da ingresso a Wonderland sembra di vedere lo spettrale simbolo di Sleepy Hollow. Senza contare che, durante tutta la proiezione, ci si chiede chi o che cosa sia la vera Alice: quella storica, che ispirò Carroll, quella dei poemetti in rima, quella dei cartoni animati…

Alice Disneyana

Poi, la protagonista: Alice è un’antieroina. Sensuale come poche, da una parte, perché tra gigantismi e nanismi diventa di tutto un po’, dalla donna fatta alla bambina con i vestiti troppo larghi, dalla lolita gotica a piedi nudi alla vergine indomita, armata di tutto punto accontenta ogni feticismo; d’altra parte è una fanciulla distante, asessuata, immersa in uno stato di stuporoso disinteresse.

Appena giunta nel nuovo mondo, fuggita da quello reale, gli viene assegnato un destino scritto dall’inizio alla fine, per giunta semplice a descriversi: “Uccidi il Ciciarampa (altrimenti noto come Jabberwock) e libera la contrada dalla Regina Rossa“. Eppure lei vive con disinteresse la maggior parte dell’avventura, convinta della sua natura illusoria, quindi vana, quindi inutile. Oppure contesta che a lei proprio non va di uccidere il mostro: ha il diritto di vivere, poveretto.

Alice è una lunatica, una disadattata il cui viaggio esistenziale la porta a riconoscere fantasia da realtà, ad esercitare il controllo sulle creature dell’inconscio e a prendersi le responsabilità di donna adulta, con un pizzico di femminismo; se all’inizio il mondo si presenta ingovernabile e poco comprensabile anche allo spettatore, con il suo tasso di bizzarria eccessivo, i personaggi che si affastellano, le digressioni prolisse, mano a mano il caos si scioglie nell’ordine dettato da una storia più convenzionale (la caccia al drago), segnato dalla sconfitta prima del Jabberwock (doppiato da Christopher Lee, altro feticcio del regista) poi della Regina Rossa, l’irrazionale matrona di questo mondo folle, che ha un capoccione così perché ha (od è) come un cancro al cervello, e, infine, dal ritorno a casa.

L'illustrazione classica del Jabberwock di Carroll dalla mano di John Tenniel

Non tutto è rose e fiori, però. Pinocchio di Collodi, diventato bambino in carne ed ossa, guarda indietro al vecchio legnoso se stesso e commenta, da vero stronzo: “Com’ero buffo”. Alice, spirito affine, già omicida (o draghicida), dopo essersi tolta i sassolini dalle scarpe con gli scocciatori vittoriani che la circondano e la vorrebbero maritata, avvia una profittevole impresa rivolgendo la creatività a più utili e mondani scopi: aprire l’Inghilterra ai mercati della Cina e diventare un’emancipata funzionaria della Compagnia delle Indie. Ce n’è abbastanza per rabbrividire.

E Johnny Depp? Ancor più che il Jabberwock/Cristopher Lee, è lui la vittima eccellente della gelida, rinnovata ed efficiente Alice. In veste di Edward Mani di Forbice se ne sbatteva dei normali, e rimaneva nella sua Torre d’Avorio un po’ morto e un po’ eterno adolescente, versione goth di Peter Pan; nei panni del Cappellaio Matto continua ad affermare il primato sugli affanni quotidiani della lucida follia senza età (lucida perché il Cappellaio “ci fa”, non “ci è”, guerrigliero della stramberia), e questa Alice socialmente impegnata, votata all’età adulta, all’integrazione e all’intelligenza pratica (geniale marketing girl!) non può convivere con la gratuità della fantasia; così gli dice addio, e si imbarca su una nave che sa tanto di zattera di Caronte.

Alice racconta di un rapporto con la fantasia che è diventato ambiguo e sofferto, meno naturale di un tempo, e la cosa risulta tanto più manifesta in un regista notoriamente sensibile, apparentemente abituato a usare il  cinema come terapia (senza addentrarci nella natura più di pettegolezzo che psicanalitica delle vicissitudini personali). Sarebbe un po’ ingiusto imputargli colpe per un discorso in ogni caso sincero o classificare il cambiamento in atto come un “segno di stanca”. Però rimane un fenomeno pauroso, e apprezzo, ma non approvo. Rimango fedele alla linea antica dell’opposizione: la diversità infantile come atto di pacifico terrorismo contro la banalità del reale. Alle armi – pardon – alle forbici!

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Discombobulate: Sherlock Holmes scombussola la soundtrack!

marzo 7, 2010

Hans Zimmer: musica da Oscar in Folleggiando maggiore.

Con i riflettori puntati su tanti risonanti titoloni candidati all’Oscar, Discombobulate, tema della colonna sonora di Sherlock Holmes firmata da Hans Zimmer, non è probabilmente il primo nome a venire in mente: anche perché è nome buffo, sembra il figlio bastardo di una parolaccia e Tony Manero in acido sulla pista di una balera retrò, e sfido pure i più anglofoni a tradurmelo al volo. Il degno significato di tale vocabolo, quasi svergognatamente onomatopeico, è “scombussolare”, ed è più che mai meritato: la colonna sonora di cui Discombobulate è il pezzo principale scombussola parecchio, uno degli esempi più felici di come la musica concorra a dare la sua personalità al film (l’Oscar se lo merita tutto).

Sherlock Holmes  sconvolge a più di un livello: un action-movie il cui eroe, letterario e tradizionale, è dipinto, in modo un po’ scandaloso, a metà tra Indiana Jones e Sheldon Cooper. Al passo (di musica) con i tempi è un contraddittorio nerd ante-litteram che non disdegna di sporcarsi le mani, di azzardarsi a fare il supereroe. Eppure l’Holmes di Guy Ritchie è anche un’interpretazione filologicamente corretta del personaggio, che lo allontana da polverosi stereotipi sovraimpressi all’Età Vittoriana e recupera quella componente avventurosa e pop abbondante nelle sue storie, che lo vedevano affrontare zingari esotici (quindi malvagi), farsela a cazzotti con Moriarty sulle cascate del Niagara, ispirare centinaia di puntate di Scooby Doo che clonano all’infinito, come la pecora Dolly, “Il Mastino dei Baskerville”.

Sherlock Holme: copertina

La contraddizione è sottolineata e ricucita nella soundtrack di Hans Zimmer, eccentrico compositore che, guardacaso, lavora in uno studio personale con molto della Fantascienza Vittoriana. Far riconoscere il ruolo cruciale svolto da una colonna sonora nell’accordare la nota giusta al film è arduo, soprattutto quando si considera che di solito il critico cinematografico è creatura di rara ignoranza musicale e, concentrato com’è sulle immagini e su come sono messe in fila una all’altra, fatica spesso non poco a tradurre i perché dei suoni belli e di quello che viene chiamato (in modo un po’ svilente, quasi fosse il maggiordomo di casa) “accompagnamento”; stavolta tuttavia sembra innegabile che la pellicola funziona come un’unica partitura.

Hans Zimmer riesce nell’impresa compiendo delle scelte parecchio sfacciate, quel tipo di scelte, mi vien da dire, che vengono attribuite di solito al regista – o alla rockstar – piuttosto che al compositore.

Raduna sei solisti di chiara fama, che con lui fanno Magnifici Sette, un ensemble da far vedere i sorci verdi ai Gorillaz e una vip-fest che se ci fossero degli attori, e non dei musicisti, in mezzo, si vedrebbero i manifesti esposti anni prima dell’uscita del film nei cinema. Si tratta di personalità colorite e sopra le righe, quanto quelle che ti aspetti in un anime giapponese con i combattimenti: ci sono le sbarbe orientali agli archi, dalla sensualità feroce e sbarazzina, che ti ingrifano; c’è il cabarettista-violinista gigione, un po’ dadaista, che fa ridere tanto; c’è il McGyver del contrabbasso, che gli dai stuzzicadenti e accendino e ti inventa un nuovo strumento e dieci modi di suonarlo…

L’impresa sembra condotta con il gusto dell’happening,  quasi da rumorista: Zimmer contraddice ogni buon senso musicale facendosi beffe dell’orchestra e dirigendo la colonna sonora come contrappunto o commento molto invadente all’azione, a volte in accordo, a volte in disaccordo, ma soprattutto indiscreta e mai  zitta, alla faccia del blockbuster. Si tratta di una colonna sonora che diventa “star” indipendentemente dai suoi esecutori materiali al punto di, fatto inaudito, ritrovarsi  protagonista di un videoclip, massima espressione di edonismo musicale. Intendiamoci: capita che le star della musica realizzino un pezzo per una soundtrack che poi diventa videoclip, ma senza questo tramite, il “nome a prestito”, il passaggio usualmente non avviene.

Il videoclip amplifica e dimostra meglio di fiumi di parole i concetti chiave di Hans Zimmer per la soundtrack di Sherlock Holmes:

  • La musica si infila dappertutto, al mare e in città, e non la puoi inscatolare.
  • Nulla suona come te l’aspetti.
  • Vale sempre la pena metterci dentro Robert Downey Jr.

Vale la pena di scombussolarli, questi Oscar. Pardon, Discombobularli.

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Il Big Bang dei geek

febbraio 27, 2010

Smart is the new cool!

Geek alla moda spopolano. Big Bang Theory, sitcom: nerd geniali incontrano coinquilina ben dotata sul pianerottolo di fronte. Seguono equivoci e successo straripante. Fanboys, film: amici appassionati di Star Wars rubano prima della proiezione originale l’Episodio 1, dopo robambolesca odissa anti-Trek. Segue successo cult. Genshiken, anime: gruppo studentesco otaku accoglie giovanotta rampante tra le sue file, tra cosplay, erogames e altre tenere, quotidiane depravazioni. Segue successo dork-o-filo. Heroes, telefilm: disadattato giapponese salva la cheerleader e salva il mondo. Segue successo planetario. Keroro, anime: ranocchia gunpla-maniaca dallo spazio invade pianeta e mura domestiche di tranquilla famiglia giapponese. Segue successo cosmico. Etc…

Il geek emerge dal suo loculo e reclamare il posto al sole, fuori dalle convention. Almeno, un posto che gli permetta di preservare tranquillità e abitudini senza troppe ansie. Che cosa ha permesso alla bestia di liberarsi e lo straordinario outing di una specie un tempo repressa? Perché “Geek è il nuovo cool”? Ecco i quattro pilastri della rivincita dei nerd…

Big Bang Theory Logo

  • La legge del topo.

Nella letteratura per l’infanzia ci sono personaggi che somigliano molto al geek: per sfortuna, non il principe azzurro, ma gli animaletti, topolini, scoiattolini, paperini inoffensivi che la popolano in disneyana profusione… La bestiola condivide con il fanciullino vulnerabilità, timidezza, dipendenza dagli altri e desiderio d’affetto, e favorisce l’identificazione. Il geek, praticamente innocuo, pure. Bill Prad, produttore esecutivo e co-sceneggiatore di TBBT rivela in una gustosa intervista come il pilot originale della serie venne bocciato dopo i primi screening: la protagonista femminile era tratteggiata in modo molto più aggressivo della paziente e dolce Penny, e l’audience protestava per il maltrattamento dei “nice guys”. Aggiunge: è facile provare simpatia per i protagonisti, perché chiunque nella vita si è sentito almeno una volta intimidito dalla società e dalle sue pressioni.

Il geek è la personificazione del disagio. Cumuli di talenti e fantasia non lo aiutano ad affrontare la vita, nemmeno da adulto; ansie e fragilità di un mondo ultracompetitivo si verificano in lui prima e con più evidenza – vedi alla voce hikikomori. “The Geek Experiment”.


  • Il teorema del globetrotter.

Beauty and the Geek è un format, si teme, intraducibile in Italia. Alla prova dei fatti, la Pupa e il Secchione ha una prestazione in termini di ascolti più che decorosa, e a quanto pare si avvicina una nuova edizione. L’Italia mainstream sembra perplessa sull’esistenza, o redditività, del geek, ma si tratta di una tipologia umana con forte vocazione internazionale: non definita dalle caratteristiche demografiche, ma dai consumi.

Consumi celebrati con un livello inquietante di passione: il geek ci investe sopra gran parte della sua identità e, dato che i fenomeni di consumo sono globalizzati, parla una sorta di esperanto disfunzionale – ma divertito e veicolato dai media – con arguzia e competenza. Il caso emblematico: nel telefilm JAGS, non proprio geek, Bud (spalla “leggera” amata dal pubblico) riesce a vincere le resistenze di un terrorista talebano spingendolo a conversare amabilmente di Star Trek. “Do you speak geek?”


  • L’assioma dell’Idiota sapiente.

“Nessuno fa mai l’handicappato completo” è il principio nudo, crudo e vero di scrittura per lo spettacolo celebrato da Tropic Thunder: il geek è a suo modo un vincente. Non nel senso di guadagnarsi posizioni di pubblico successo: quella rimane l’eccezione e Bill Gates risulta l’anomalia – indesiderata – della razza. Ambire all’accettazione sociale è un sentimento estraneo al vero orgoglio geek, che si esaurisce in se stesso. Il geek, tuttavia, anche ai più umili livelli della catena produzione-consumo, sa sempre come muoversi: nell’industria dello spettacolo attuale, seriale e multipiattaforma, dove le narrazioni (create da altri geek) hanno dovuto farsi più complesse, coinvolgenti, raffinate e involute, è la figura che ne capisce di più e che “ci è arrivata per prima”. In sostanza, se è il prototipo di ansie e nevrosi da una parte, è anche il Guru dei consumi di oggi. Dicono “cult”, ma serie come Lost sono pienamente “geek”, fatta salva la differenza che nessuno si sente più un avanzo di fumetteria a guardarsela in TV. “Geek and chic”.


  • Il postulato del cantastorie.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, la generazione di registi nata col Baby Boom avviava una nuova stagione del cinema a colpi di Guerre Stellari e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Lucas, Spielberg, Burton: nessuno si sarebbe probabilmente sognato di chiamarli geek – non esisteva la chiarezza sociologica del fenomeno – ma corrispondevano già al tipo (e qualcuno si faceva beffe fino all’ultimo di spade laser e caschi neri). Questi individui passavano il tempo a vedersi film, chiusi in casa, anziché farsi le vasche in centro con automobile e donna a carico come i “cool boys” di American Graffiti. Una generazione dopo, grazie anche ad una dieta mediale amplificata alla bulimia, chi è cresciuto con i film (telefilm, fumetti) rimasticati da questi illustri predecessori è un cultore di secondo grado, ovvero un geek. Tra questi, dai e dai alcuni hanno imparato bene la lezione, e da consumatori sono passati dall’altra parte della barricata: ora le storie che fanno sognare le scrivono e producono (senza poi esser troppo schizzinosi sulla destinazione, comics o TV o grande schermo), sono loro a servire in tavola, con ingredienti scelti personalmente. Come ogni buon narratore, disseminano il proprio racconto, senza ruffianeria né ingenuità, di qualcosa di caro, che è finalmente possibile raccontare: “Being geek”.

Ergo: tutti siamo un po’ geek; ne consegue: ama il geek. O’ tu lettore, o lettrice: “Uno di noi, sei uno di noi, uno di noi, sei uno di noi”…

Edit 14/03/2010: Kumagoro in questo post del suo blog affronta molto meglio del sottoscritto questioni parzialmente sovrapposte, parzialmente complementari (e parzialmente scremate) di quanto sostengo qui parlando di The Big Bang Theory. Vivamente consigliato!

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Salvate il Vampiro Emo – Puntata 3

febbraio 2, 2010

Mutaforma. Il vampiro adolescente.

Nonostante alcuni vampiri cerchino di riconquistare la virilità perduta in veste  machissima, come nella riduzione del fumetto Blade, dove la componente notturna della creatura è valorizzata soprattutto dall’aspetto del camionista assonnato, oppure finiscano per farsi usurpare ruolo e credenziali iconografiche dallo zombie, mostro operaio, ma uomo-uomo, in Io sono Leggenda e 30 giorni di buio, il nosferatu fragile, svenevole e fanciullina prospera e diventa l’idolo di un pubblico di adolescenti  smarrite, ma sessualmente consapevoli: le ammiratrici di Twlight.

Il turbamento intenso e le metafore inquietanti su sesso e identità sono suggeriti, ma scongiurati: Bella, didascalica di nome e di fatto, entra nell’aula di biologia, Edward la vede, gli si allunga, imbarazzato, il canino, e mette il broncio… La metafora del durello giovanile in azione. Lei ha un segreto: tutti i vampiri sentono il suo odore, vitelloni estivi sull’asse Rimini-Gabicce che dell’annuso della passera fanno arte. Bella è stanca, e il vampiro rivela che al sole non brucia, ma sbrilluccia come il glitter; svelato il “terribile” segreto se la porta in groppa come un mulo, docile, fino in cima ad una collina. Bella sembra che ce l’abbia solo lei a scuola, ma è un po’ stupida, un po’ cretina, un po’ imbranata. Inciampa e piange, piange e inciampa, in barba a secoli di eroine suffragette e di critica femminista, ma tanto le basta. Lui è intimidito (ancora) da problemi fisici, lei vuole farlo, ma lui è costretto a ritirarsi: si guarderanno negli occhi tutta la notte, sarà bellissimo lo stesso.

In sintesi, la ragione del successo di Twilight, romanzi e film, risiede nell’essere un romanzo formativo quanto Piccole donne, che suggerisce il gusto del proibito, ma entro castissimi confini, e dove la conduzione del gioco è tutta al femminile. Non hai bisogno di essere né una bella fiola, né intelligente: per il maschio postmoderno, anche la donnina senza qualità è una bomba di intraprendenza e può vincere la bestia.

Sembrerebbe finita, dunque, per il vampiro. Esaurito dall’impiego incessante, parrebbe messo alla corda e costretto a lasciare lo scettro di re del brivido a più degni successori. Tuttavia, non tutti i traumi dell’adolescenza sono superabili facilmente, e il mostro ha campo libero in una fase della vita in cui la trasformazione del corpo e l’indeterminatezza del genere sessuale la fanno da padrone.

Lasciami Entrare è un bellissimo cult svedese del 2008 in cui la figura del vampiro recupera originalità e gran parte delle inquietudini che l’hanno sempre animato. A descrivere il plot si potrebbe avvertire una sensazione di deja-vu… Giovanissimi Romeo e Giulietta, Oskar lo sfortunato della scuola, tormentato dai bulli, ed Eli misteriosa studentessa appena trasferitasi, sviluppano un sentimento d’amore, profondo, sconvolgente e delicato allo stesso tempo, sfidando il mostruoso segreto nascosto da uno di loro. Ma la Svezia è un paese freddo, buio e inclemente, già sconvolto da una spaventosa e dilagante anomia delle persone e della periferia urbana, e gli esiti sono ben diversi rispetto alla saga della Meyer.

Ancora una volta uomini  deboli soccombono alla volontà di una ministra di crudeltà innocente, la bambina (?) eterna Eli, costretta all’omicidio per nutrirsi, comunque implacabile. Disturba l’età più che acerba dei protagonisti (11 anni), ma non si rinuncia alla densità dei sottintesi. Torna l’ambiguità feroce del vampiro-angelo assessuato, torna la violenza torbida di gelosia e possessività, e la relazione asimmetrica tra Eli ed Oskar, entrambi un po’ vittime, un po’ carnefici, si tinge di sadomaso quando “Dracula ama Renfield”.

C’è spazio per sperare. Avviato al recupero, auguro al principe della notte di riprendersi alla piena salute, per quanto il suo stato di morte possa permettergli. Ci sono tante altre chiavi di lettura per raccontare il vampiro, al di fuori di quella proposta tutta sesso e sangue, troppi film per raccontarli tutti, presenti, passati e futuri:  per presentarne sei ne ho toccati mille, per tacere delle pastiche manga e anime, o dell’invasione televisiva in atto, di cui un caso fortunato è la versione cafona senza compromessi di True Blood…  torneremo a esumare la salma!

Sgorbio Vampira Baciosa